ROSSOPANE

Rassegna e concorso creativo in Cox: MILANO NOIR E GIALD

Posted in Arte e dintorni, Flexible poetry, Scritti e racconti by rossopane on gennaio 20, 2010

Nero, giallo e popolare per raccontare Milano attraverso letteratura di genere, cabaret, racconti orali, film e musica.
Da Gadda e Scerbanenco ai nuovi autori. Perché oggi, la letteratura gialla, noir e di genere è ancora capace di far vedere, conoscere, capire, come in un’indagine sociologica d’altri tempi, la nera realtà che ci circonda. Una realtà fatta di esclusione (l’abominio dei CIE e la non-vita delle “non-persone” migranti), di “democrazia criminale”, di mineralizzazione e cementificazione anti-biotiche (alla lettera), di scomparsa dei genius loci della città (“Me ciami Brambilla e fu l’uperari”) e di perdita dell’anima. Humour nero come registro stilistico adeguato per raccontare questa Milano nera? Rinnovate esperienze e pratiche di lotta, anch’esse gravide di narratività, come albori del rischiaramento? Si vedrà…
Comunque, la rassegna “MILANO NOIR E GIALD” è lieta d’indire un concorso creativo aperto a tutti!!!

Regole del concorso

I partecipanti, attraverso il mezzo espressivo da loro scelto (letterario, cinematografico, teatrale, comix, musicale ecc.), dovranno muoversi entro le seguenti coordinate:

- L’arco temporale corre dal 1980 ai giorni nostri (e oltre)
- Milano e il suo hinterland sono i luoghi d’ambientazione
- Il genere narrativo è il “nero”, nelle sue varie espressioni consolidate (sociale, economica, politico-affaristica, poliziesco-investigativa, misteri e leggende ecc.) o in nuove da inventare
- Gli autori possono ispirarsi a fatti di cronaca nera, colorare “al nero”eventi storico-politici reali o creare situazioni nuove da inventare, frutto solo dell’immaginazione.
- I lavori devono essere preferibilmente inediti o quanto meno non ancora distribuiti

Il genere è il NERO, i paletti da NON SUPERARE sono:
- racconto, poesia, drammaturgia o sceneggiatura: massimo sei cartelle dattiloscritte
- fumetto: massimo cinque pagine, tecnica mista, b/n
- fotoromanzo: massimo cinque pagine, b/n
- video: massimo 15 minuti, b/n, tecnica libera (video, pellicola, animazione
- rappresentazione o performance teatrale: massimo 15 minuti
- radiodramma: massimo 15 minuti
- canzone o ballata: massimo cinque minuti.

I lavori dovranno pervenire entro e non oltre il 28 FEBBRAIO 2010
all’indirizzo mail coxnoirgiald@gmail.com recando sempre come oggetto “Milano Nera” o consegnati a mano il pomeriggio, dal martedì al venerdì, dalle ore 17 in via Conchetta 18.

Al termine della rassegna una giuria “insindacabile” premierà i lavori migliori, che verranno pubblicati e rappresentati a cura di Cox 18, Libreria Calusca, Archivio Primo Moroni.
Ricchi premi e cotillons e per tutti i partecipanti al concorso, cena noir e giald…

Slam X – interviene rossopane

2015. E’ giunta l’ora. La  Moratti ce l’ha fatta, tutti i riflettori sono puntati su Milano. A qualcuno piace chiamarla la capitale della moda, o dell’architettura, o vantarsi della sua internazionalità, e in fondo come dargli torto? Sono tutti questi fattori infatti ad aver contribuito alla preparazione dell’Expo. Con il patrocinio di Armani e la supervisione di Art Attack, grazie a una task force formata da immigrati e precari senza alternativa, mafia e architetti arrivisti, tutti i cantieri a cielo aperto (…tutti) sono stati rattoppati con cartapesta e forbici con la punta arrotondata.

Milano splende come un gioiellino di cemento.

Niente kebab, niente bici, niente birre per strada, niente musica alta…l’epurazione è riuscita talmente bene che l’Expo si svolge in una città dimezzata. Gli unici rumori che si sentono sono quelli del traffico e delle sirene coprifuoco per la sera.  Rimangono solo gli over 40, i ricconi cocainomani,  qualche cane randagio e qualche turista giapponese.

A niente sono valsi le proteste e i  tentativi di attivisti e artisti milanesi per evitare di essere espropriati della loro stessa città: I Ministri hanno suonato nudi davanti a Palazzo Marino; i vecchietti del Bellezza si sono incatenati alla pista della balera; Lella Costa ha promesso di votare la Lega in cambio di più spazi verdi.

Anche rossopane ha tentato di dare un suo contributo alla lotta, in primo luogo ritirandosi in campagna da una zia (rossopane crede nella partecipazione e nella condivisione, anche dei parenti), a chiedersi “Che cos’è fare cultura?”. Ogni pagnotta  ha declinato l’interrogativo a modo suo, c’è chi  tra un libro di Vittorini e uno di Pasolini si è chiesto “Qual è il ruolo dell’intellettuale nella società?”, e chi  l’ ha interpretato come “occupa la biblioteca della zia perché la cultura deve essere fruibile da tutti”. Ad ogni modo tutto rossopane è giunto alla conclusione più ovvia, ma che nessuno aveva osato mettere in pratica.
Se fare cultura implica arrivare al maggior numero di persone e  con strumenti efficaci, allora la televisione deve fare cultura. Già.
Rossopane deve servirsi della televisione. Vero.
Ma Come?
…Partecipando al Grande Fratello! (o okkupandolo, come si è lasciato credere a Nura).

Ma neanche questo è servito, e rossopane dopo aver cercato di introdurre il diy, la pratica di battersi il cinque alto per ogni cosa e mille appelli per salvare Milano in diretta su canale 5, è stato sbattuto fuori dalla casa in blocco per ubriachezza molesta. E così, infrante tutte le speranze (diffondere il verbo nel Belpaese, vincere il Grande Fratello e scappare in Giamaica coi soldi, ma anche banalmente avere una casa senza pagare l’affitto), i rossopanini hanno raggiunto il resto della comunità attivista cultural milanese, che si è rintanata a vivere alle porte di Milano nell’unico cantiere dimenticato aperto e l’unico dove si prenda il wireless a scrocco, quello di Santa Giulia.

La Moratti nel frattempo è felice come una pasqua. Potrebbe essere in pensione, e invece è il sindaco di una città.  Si parla di Milano su tutti i giornali esteri (come non importa, l’importante è apparire come ben insegna il folklore politico dominante). Ha una storia segreta con De Corato, anche se litigano spesso perché lui chiude sempre tutte le porte e costruisce trincee con le sedie del salotto. Ha raggiunto tutti i traguardi che si era prefissata ed ha appena pubblicato una biografia dal titolo “O la va o la spacca”. E’ talmente attenta alle esigenze della sua città e va talmente tanto in giro che manco si è accorta che Milano sembra un ipermercato spagnolo nell’ora della siesta. Non c’è più nessuno a romperle le balle, e questo basta e avanza.

Tra i parcheggi e le “soluzioni abitative” di Santa Giulia intanto la situazione non è delle più confortevoli: è quasi finita la vodka, e il cassiere del Magnolia si contende l’ultimo stock con Serena Sinigaglia. Il Torchiera senz’acqua ha occupato le uniche docce funzionanti. Il Cantiere usa i libri di Agenzia X e le pellicole di Esterni per accendere il fuoco della rivolta. Tutti insomma si cerca di sopravvivere e non si bada molto al bon ton. Ogni sera si accendono centinaia di fuochi diversi in cui ognuno parla coi propri compari e se ne impippa degli altri gruppi. Anzi se riesce gli fa pagare l’ingresso alla sua zona.

Finché una sera il cuoco del Leoncavallo, Fra di ProvocoAzioni e Abo di Torchiera si ritrovano in fila al bagno insieme e iniziano a discutere della situazione. Scoprono di condividere non solo l’urgenza fisica, ma anche un’urgenza più alta: riprendersi Milano. La voce si sparge di fuoco in fuoco e nel giro di un’ora si forma una grande assemblea a cui partecipano tutti. Modera l’incontro un rappresentante del comitato marxista-leninista, che dopo aver invitato i presenti alle proprie conferenze propone di uscire dall’assemblea con una proposta politica rivoluzionaria ben precisa. L’idea piace a MilanoMovida, Cantiere, Torchiera, ma Arcigay non ci sta e chiede più feste, appoggiato dal Rocket e da Esterni. Quest’ultimo propone di telefonare al Piccolo Teatro e sentire se ospita tutti, ma Villa Vegan si oppone perché il Piccolo vota sicuramente Obama, che mangia carne. A questo punto il Critical Mass butta sul piatto un’incursione notturna su due ruote, ma quelli di BelliDiNotte li bollano come insensibili alla causa degli handicappati, beccandosi dei disorganizzati da quelli del Bitte perché all’ultima festa non si riusciva manco a uscire a fumare una sigaretta. Le femministe si strappano i capelli e gli intellettualoidi accendono la pipa alla proposta del collettivo di Brera AutArt di disegnare dei grossi falli sui muri della nuova Fiera. Gli ambientalisti svengono alla proposta di rossopane di fare un gigantesco cubo di domo pack e nascondercisi tutti dentro. La discussione va avanti tutta la notte con le proposte più improbabili, e sembra impossibile giungere a una conclusione. Alla fine vince una non-decisione, una risoluzione che mette d’accordo tutti proposta dal gruppo Sciame: fare tutto quanto. Rossopane batte il cinque alto, la Banda degli Ottoni dà aria alle trombe e la redazione di Zero aggiunge l’evento all’agenda. Si farà una marcia in bici, sui trampoli e a piedi, truccati da clown e vestiti di giallo, cantando canzoni popolari e indierock, metteranno i dischi Vito War e Japi, gli scout cucineranno per tutti e il collettivo Pantera rievocherà Lenin in seduta spiritica. Ci si mette in marcia subito, prima che l’alba sveli le mosse e la sbronza cali. L’enorme corteo colorato marcia per Milano lasciando dietro di sé testi di canzoni e pavidi alla ricerca di un paninaro, oltre ai soliti ignoti che tentano di dar fuoco senza successo a dei blocchi di cementi.

Arrivare a Palazzo Marino è un’impresa inutile: il palazzo è vuoto, e sindaco e assessori lavorano da casa tra una puntata di Lost e una seduta di manicure.

“Che fare?” Chiede Lenin redivivo.

Si decide di accamparsi in piazza del Duomo e stare compatti. Le forze dell’ordine non tardano ad arrivare, ma esasperate dalla pressione degli ultimi anni buttano a terra manganelli e berretti e si uniscono al movimento. Poco a poco il numero di cittadini schierato in piazza Duomo aumenta, torna gente dall’estero e arrivano televisioni da tutto il mondo. Ma allora, nelle case, chi c’è?

Marta Arniani per rossopane

…Prima che arrivi il temporale

Posted in Opinioni confutabili, Scritti e racconti by rossopane on settembre 1, 2009

Cosa rimane di un’estate?

Prima che il resto dell’anno la lavi via fermatela su un foglio.

Che il prossimo numero di rossopane sia un barattolo collettivo da aprire nei giorni di pioggia!

Raccontateci tutto quel che è valso la pena di vivere e vedere quest’estate, cosa vi ha colpito nelle vite straniere, nei luoghi mai visti, nelle discussioni sotto casa nelle vie deserte, negli incontri intensi e casuali che d’estate vengono così facili e spontanei.

Il materiale più interessante verrà pubblicato sul prossimo numero di rossopane.

Disegni e illustrazioni sono ben accetti!

Per gli scritti non ci sono restrizioni di forma (mandateci poesie, racconti, mini reportage, invettive, storie illustrate, appunti di viaggio…), mentre il limite massimo è una pagina di word.

Astenersi temi scolastici sulle vostre vacanze alcoliche a Lloret de Mar.

Mandate il tutto a: rossopane@gmail.com

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CONCORSO FOTOGRAFICO e CONCORSO LETTERARIO!

Posted in Arte e dintorni, Scritti e racconti by rossopane on febbraio 24, 2009

rossopane presenta due bandi separati, uno fotografico e uno letterario per rispondere a interrogativi frequenti e tematiche altrettanto spesso all’attenzione.
È ancora possibile parlare di identità come qualcosa di stabile e radicato in un luogo? Forse è finita lʼera della sedentarietà, e stiamo tornando a essere popoli migratori e cacciatori. I nostri percorsi personali si snodano in orizzontale su una carta sempre più vasta, e “lʼaltro capo del mondo” non è poi tanto lontano.
Ci troviamo così scissi tra le nostre origini e i nostri percorsi, che ormai spesso se ne allontanano. Non sono i viaggi di piacere a essere in questione, ma una domanda amletica: Perché partire? Perché restare? Un concorso fotografico, per interrogarsi sulle proprie radici, sulla provenienza, appartenenza e marchio, eden perduto e inferno. Un concorso letterario per interrogarsi sulla stabilità incompleta, per fotografare mete e motivi dellʼinquietudine geografica. Da un lato la patria reale, anagrafica; dallʼaltra la patria ideale. E non è detto che le due non coincidano.

ATTENZIONE: LA SCADENZA DI ENTRAMBI I CONCORSI E’ PROROGATA AL 30 MAGGIO!
Ecco a voi i due bandi, scaricabili in formato pdf.

info: rossopane[at]gmail.com

concorso letterario BALLATE PER SOGGETTI SPAESATI

concorso fotografico PICCOLE MIGRAZIONI INDOLORI

english version:

photo contest Little Painless Migrations

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13 DICEMBRE NUMERO DUE!

Posted in Amici e ammirazione sparsa, Scritti e racconti by rossopane on dicembre 7, 2008

sabato 13 dicembre [see the map]

13.12.2008 k1

sabato 13 dicembre [see the map]

Sabato 13 dicembre

un reading teatrale……………………”Avrei preferenza di no”

(questo lo devi prenotare a rossopane@gmail.com)

due gruppi dal vivo………………….Iori’s eyes

…………………………………………….I mostri non esistono

djset trash 90′s revival

il nuovo numero di rossopane

dalle 21

ingresso tre euro

rossopanebar (per intendersi)

berebereleggerebereballareberebacicarezzepoppornonottefucsiaberelove

E POI QUELLO CHE SUCCEDE NESSUNO LO SA

dove: K1, via comboni 8 – Milano (Bruzzano)
per arrivare: M3 Maciachini + bus 70/52/tram 4, bus 40.……….guarda la cartina che è meglio
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Una buona giornata

Posted in Scritti e racconti by albe on novembre 18, 2008

 

Luisa s’infila cappotto e auricolari, per accorgersi che la batteria dell’I-pod è scarica. Fa niente, è una bella domenica assolata di novembre e si può fare a meno della musica. La metropolitana è piena al punto giusto: un unico sedile vuoto la accoglie tra una signora anziana rotondetta e una ragazza sudamericana, una colf in libera uscita. Si preannuncia una buona giornata.

A colazione ha iniziato un romanzo di un autore che non conosceva e che sta diventando dopo quattro capitoli uno dei suoi preferiti. E’ davvero una buona giornata. Senza la sottile pellicola di musica intorno, però, è distratta. Lo sguardo vaga dalla pagina allo spazio che la circonda, secondo il ritmo svogliato delle rotaie. Di fronte a lei due ragazzi, in una posa antica, da Pietà, rivisitata in chiave cinematografica, di quei film sul ghetto di New York. Uno bianco e biondo e l’altro nero nero, come se li avessero scelti in un casting politicamente corretto. Pantaloni larghi e cappello con la visiera, il bianco abbraccia il nero, con la mano stretta sulla spalla imbottita in una felpa di almeno tre taglie più grande del dovuto. Il silenzio, in quel gesto prolungato, riempie di tenerezza quei vestiti da duri.

Luisa vorrebbe avere la telecamera per mostrare il quadro ai suoi ragazzi della scuola di cinema, ma anche a occhio nudo si sente un’intrusa in quella manifestazione di dolore tutta personale. Prova a leggere ancora, ma a ogni frase lo sguardo le si solleva su quei due corpi immobili, scossi solo da qualche singhiozzo del nero.

I bambini giocano, le mamme chiacchierano e i papà leggono il giornale nel parco lungo il naviglio della Martesana. E’ un buon giorno per portare in giro sua madre che, nel quartiere in cui si è trasferita per lasciare la casa a lei e al bambino, non conosce e non vuole conoscere nessuno, lei che si metteva sempre a chiacchierare con le commesse dei negozi mentre la figlia, per l’imbarazzo, non sapeva che fare.

 

Ha mandato via tutti e sistemato Carlo a dormire dal padre. Fuori è buio e loro sono sole, come ai tempi dei discorsi affondati nel lettone, quando papà era a qualche riunione condominiale. Adesso, stesa su quello stesso letto grande, nella stanza in cui i mobili della sua infanzia sono compressi fino a non lasciare quasi respiro, sua madre sembra minuscola.

Seduta sul divano su cui è cresciuta, sui cuscini dove ha pianto coi film che l’hanno resa regista, Luisa guarda il TG regionale. Parlano di un morto, e per un attimo pensa che si riferiscano a sua madre. Ma ovviamente no, un’insegnante in pensione che se ne va placidamente, nel sonno, non fa notizia. Parlano di un ragazzo che ha l’età dei suoi alunni. Di colore, morto ammazzato, pestato. In un attimo il flashback del viaggio in metro, del pianto silenzioso e composto di quel fratello nero, e nella testa di Luisa nasce un film, un soggetto è il termine tecnico. Non la sfiora nemmeno il pensiero che forse al ragazzo era morta la madre, come a lei, in quella stessa giornata di sole. Non è importante.

Si è messa a scrivere, non di getto perché ormai quel tempo è finito, ma comunque di buona lena. Potrebbe nascerne un progetto serio: ha già in mente qualcuno che a sentir parlare di film di denuncia va in brodo di giuggiole.

Si è messa a scrivere e quando posa la penna la sensazione di dejavù è fortissima. La stessa soddisfazione di quando da piccola chiudeva il quaderno su quello stesso tavolo e ci appoggiava sopra la penna, in attesa dell’approvazione della mamma.

La televisione, muta, trasmette un programma di approfondimento, di quelli da seconda serata. Luisa ha voglia di concedersi una sigaretta dopo quasi tre anni, magari con un bicchiere di porto, ma in casa non c’è niente, e dalla finestra aperta in camera da letto, la famigerata nebbia, a cui il sole, inevitabilmente, lascia spazio al tramonto, le fa passare la voglia di scendere a esplorare i dintorni. Chiude le imposte e prende una camicia da notte e una coperta dall’armadio.

Prima di spegnere la luce e andare sul divano dà un’altra occhiata al viso, composto, della madre. Sul comodino dei libri impilati, e, sopra, gli occhiali dalla montatura un po’ spessa per cui la prendeva tanto in giro da piccola. I volumi sono tutti tenuti in buon ordine, senza sottolineature o orecchie. Impossibile dire se fossero già stati letti o no. Luisa scorre i titoli e ne prende un paio che non conosce.

Piange, prima di addormentarsi, e non ci trova nulla di strano.

Ludovica Gazzé

IL VINCITORE DEL WRESTLING LETTERARIO “SCAMBIO”: Laura Magni “Due cuori e una canna”

Posted in Scritti e racconti by albe on luglio 22, 2008

         C’era una volta un piccolo paese, racchiuso in una comunità autogestita e autarchica, che aveva adottato l’insolita modalità dello Scambio del Cuore per garantire a tutti la reciproca conoscenza, la reciproca amicizia e il reciproco amore.

        Il sistema, la cui meccanica era scandita da un grande orologio collocato sulla torre del Podestà, comportava incontri rapidi e indolori per offrire a ciascun cittadino comunitario, a rotazione, l’opportunità di scambiare il proprio cuore con un partner predefinito. La pianificazione dello scambio era gestita dal Podestà in persona, con la supervisione del Doge e del Camarillo. In questo modo, inconfutabilmente democratico, a tutti era permesso conoscere gli altri, esserne amici e amarli, ricambiati, senza incappare nelle squallide usanze comuni, tipo convivere, cercare di capirsi parlando o, peggio ancora, abbracciarsi e baciarsi. Dopo il lungo giro di scambi, matematicamente concepiti dal sistema ed effettuati all’interno della comunità, alla fine dell’esistenza ciascuno avrebbe avuto la certezza di ritrovare il proprio cuore originario, quello scambiato all’inizio del percorso. Un loop molto rassicurante, molto sensibile al sentire religioso della comunità autogestita e autarchica che chiedeva a tutti, senza imposizioni, di attenersi scrupolosamente all’idea del ritorno all’infanzia, giusto prima della morte. Ammesso che l’infanzia fosse superabile.

         Un giorno qualsiasi della primavera del 2008 arrivò nel piccolo paese lo Straniero. Già di per sè la notizia creò allarme perchè il Podestà avrebbe dovuto tracciare un nuovo calendario di scambi, farlo supervisionare dal Doge e quindi aspettare l’approvazione del Camarillo… nel frattempo centinaia di cuori sarebbero stati tumultuosamente in sospeso. Era probabile che il grande orologio sulla torre sarebbe stato bloccato per un po’, in attesa di nuove e definite disposizioni.

         Non era la prima volta che uno straniero arrivava nel piccolo paese, ma era certo che l’elaborazione matematica della posizione di scambio del nuovo arrivato avrebbe comportato un rallentamento nel ritmo del sistema, producendo un involontario senso di suspense. Tutto ciò produceva un altrettanto involontario senso di odio da parte della comunità verso lo Straniero.

        “Vorrei un pacchetto di figurine… e un barattolo di cucunci strombolani sottaceto, grazie” disse lo Straniero, ma già dagli occhi dell’addetta al reparto cucunci lesse una sottesa quanto spontanea avversione. Si chiese il perchè, ma non ebbe risposte nè da sè stesso, nè dalla comunità. Ovunque andasse nessuno gli rivolgeva la parola se non per fredda cortesia. Tutto questo avrebbe potuto infastidirlo, ma nella sua visione cosmopolìta, poteva anche sorriderne. Erano già molte le piccole comunità con cui si era confrontato con successo, seducendone i cuori.

         Arrivò il giorno dello Scambio del cuore. Il grande orologio sulla sommità della torre del Podestà scandì l’ora della cerimonia con la consueta, morbida musicalità. Tutti i cittadini si avviarono per le strade in gioioso ma allarmato silenzio. Un’ombra turbava sottilmente la comunità: c’era lo Straniero, l’incognita inquietante, l’insopportabile lotteria. Con chi avrebbe scambiato? E come sarebbe cambiato il calendario?

         C’era persino chi temeva, soprattutto tra gli anziani, che con il nuovo arrivo non avrebbe più incontrato il proprio cuore originario prima della fine. I giovani invece ridevano e scherzavano per esibire la propria moderna tolleranza contro i vecchi conservatori, contribuendo così a creare, nel tentativo di esorcizzare la paura, un’insostenibile carica elettrica nell’atmosfera. Tutti erano sospesi nell’attesa eccitata ed inquieta.

         I cuori dell’intera popolazione comunitaria erano facilmente removibili grazie alla pratica tasca con chiusura in velcro, studiata per velocizzare lo scambio ed evitare quelle ritualità vacue che un tempo molto antico prendevano il nome di “corteggiamento” e/o “preliminari”. Il cuore del successivo partner-predefinito era subito disponibile, senza traumi, semplicemente aprendo la tasca a soffietto su cui era ricamato il nome del donatore. Lo stile ricordava quello delle giacche militari ed era in voga già da alcuni decenni. Un’innovazione che al tempo della sua introduzione aveva creato molte perplessità in merito alla percezione sociale della democrazia. Alcuni gridavano allo scandalo, perchè così si violava la privacy, ma poi la maggioranza aveva intuito che nominare i cuori era garanzia per la tutela della purezza dello scambio. Non ci sarebbero stati errori nel sistema. Tutti gli elementi della comunità avrebbero scambiato il cuore con tutti.

         Fu improvvisa la consapevolezza dell’orrore. La folla muta smise all’unisono di respirare e vide, finalmente in tutta evidenza, perchè lo Straniero era oggettivamente pericoloso. Non era più solo il vago rischio che il calendario potesse subire qualche rallentamento. Non erano i suoi occhi smarriti e sinceri, che cercavano amicizia o amore o affetto a turbarli. Non era il suo atteggiamento deciso e curioso a terrorizzarli e nemmeno la possibilità che qualcuno di loro avrebbe potuto ospitare il suo cuore accogliendolo così nella sistemica comunità dello scambio. Anzi. Questa possibilità sembrava ormai degna di rimpianto. La comunità infatti non avrebbe mai potuto integrare lo Straniero.

          Perchè lo Straniero aveva due cuori.

         “Qual è il problema? – chiese lo Straniero – potrei scambiare i miei cuori con due persone diverse contemporaneamente…”. Dalla folla si levarono i primi insulti. “E’ immorale!” decretarono i conservatori. “Non permette uno scambio profondo!” aggiunsero i romantici. “E’ asimmetrico e irregolare!” sentenziarono i matematici, mentre un brivido percorreva l’intera comunità. Tutti immaginavano che ciascun cuore dello Straniero valesse in realtà come la metà di un cuore “normale” e così, proiettandosi idealmente nello scambio con lui, inorridivano al pensiero che la loro vita affettiva avrebbe potuto inaridirsi o essere poco gratificante.

         Per reagire con decisione al pericoloso caos che stava minacciando la comunità, venne progettata e messa immediatamente in atto la Soluzione Rassicurante: il Podestà, nella sua immensa saggezza, prese un cuore a caso dal petto dello Straniero. Lo affettò e triturò minuziosamente lasciandolo essiccare al sole per una buona mezz’ora. Infine lo compattò in un panetto simile per colore e consistenza ad un dado da brodo, ma di dimensioni molto più generose. Nel frattempo il Camarillo e il Doge si misero a rollare la più lunga sigaretta mai vista nell’intera contea. Il cuore dello Straniero venne scaldato tra le dita, sbriciolato e diffuso con regolarità scientifica. Tutti avrebbero dovuto aspirarne almeno una molecola. Nessuno escluso. Solo così si sarebbe preservata la purezza dello scambio senza rivoluzioni. Il Podestà era fiero della sua Soluzione. Il Doge e il Camarillo applaudivano. La folla era in festa. E tutti presero a fumare felici. Mai straniero fu più amato. Si stabilì che l’ultimo tiro, per chiudere in bellezza, spettasse proprio a lui. Era notte fonda quando la canna giunse alle sua labbra. Lo Straniero chiuse gli occhi e aspirò profondamente. Era l’ultimo tiro e l’ultimo istante della sua vita. Uno dei due cuori era tornato al punto di origine, chiudendo il cerchio, proprio come garantiva la regola aurea dello scambio che in punto di morte esigeva il ritorno del cuore al rispettivo mittente.

         E fu così che nell’intera comunità, ancora oggi dopo tanto tempo, quando qualcuno vuole descrivere un amore tanto forte da dover essere rinchiuso in sè stesso, dice: “…già… proprio come due cuori e una canna…”.

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Chiudo gli occhi, e penso a te

Posted in Attraversamenti urbani, Scritti e racconti by rossopane on giugno 30, 2008

Sabato a Bologna abbiamo ballato, mangiato, bevuto. Ci siamo spruzzati con l’acqua fresca per tramortire il caldo. Abbiamo riso, scherzato, ascoltato. Ho detto che abbiamo bevuto?

 

Non è ancora mezzanotte, e c’è ancora da bere e ballare. Non importa molto dove, l’importante è stare insieme, noi venti e tutti gli altri. 250,000. Che se lo scrivi a parole, duecentocinquantamila, sembra ancora più un’enormità. E allora aspettiamo una macchina che ci porti ad Atlantide, e l’hai vista quella che carina? E non sai nemmeno se chi parla sia uomo o donna. Non ha importanza.

Passi di corsa dietro di noi. “Largo, largo”.

Ci apriamo, non c’è problema.

- Che ha detto?

- Ha detto “Largo, largo, che mi faccio una pera e poi è finita”.

- Cosa?

Silenzio, e qualcuno si alza per vedere meglio e qualcun altro si abbassa per non vedere.

“Ragazzi lo volete un pippozzo di coca?

- Ci ha chiesto se vogliamo della coca.

- No, grazie.

- Almeno non si sta facendo una pera.

- No, quella è una siringa.

Non avere nemmeno un laccio emostatico, e fare acrobazie con l’avambraccio stretto tra polpaccio e coscia mentre l’ago fruga alla ricerca di una vena. Vena che non c’è non pulsa non la vedi alla luce fioca che filtra da una finestra della stazione. Quasi quasi mi alzo e gli lascio il posto sotto quest’insegna che sembra giorno.

Invece sto ferma, seduta, e lo guardo, e a tratti credo di svenire perchè sto male tutte le volte che penso al sangue che scorre. Una volta, al cinema sono svenuta per una film.

Lui non sta fermo. Continua a contorcersi, senza la grazia delle ragazzine cinesi del circo. Ora è in piedi, la gamba destra piegata, la sinistra tesa, e il braccio, rigido, appoggiato sul ginocchio. Niente da fare. Si sfila la cintura.

- Hanno chiamato. Stanno arrivando.

Ci alziamo, andiamo al semaforo dove passa il sottomarino per Atlantide.

- Avremmo dovuto fare qualcosa?

- E che volevi fare?

- Non so, chiamare un’ambulanza.

- O la polizia.

- La polizia no. Lo sbattevano in cella e domani lo lanciavano fuori.

- Se ci fossero dei volontari. Qualcuno che sai che si prende cura di gente così.

- Che tristezza.

- Non avevo mai visto un’eroinomane.

- In effetti non è che andiamo dietro la stazione a farci un giro, di solito.

- Una volta al parco, ma eravamo dei pischelli, siamo andati per comprare il fumo. E questo sventolava una siringa, così.

Atlantide è un bel posto. Piccolo e caldo, come tutti i paradisi nascosti. Siamo dentro i Lunapop.

Sto seduta fuori un po’ in disparte una mezz’ora, forse. Penso “Dio, cazzo, guarda giù” un po’ alla stessa maniera di quando al liceo pensavo “Dio, fa che ‘sto compito vada bene”, come se fosse dipeso da lui.

- Ci sono i Joy Division, andiamo a ballare.

E poi dentro ci sei tu che non so se ti piaccio io o lui. Strana sensazione. E una tipa collassata sulla mia borsa.

- Chiamiamo qualcuno?

- Portiamola fuori.

- Era fuori con me ed è voluta rientrare.

- Ma fuori c’è aria.

Era fuori con lui. Se ne occuperà lui. Mi piace questa musica, anche se fa caldo. Anche se ogni tanto mi tocco la cintura e rabbrividisco. Fa caldo, non può essere freddo. Solo un po’ di schifo.

Lo sapevate che non ci sono zanzare a Bologna?

Ludo

Slow mother

Posted in Scritti e racconti by marta on aprile 9, 2008

(la risposta fricchettona alle mamme manager con tre figli e il suv, liberamente ispirato a Giulia)

Ecco, lo sapevo, anche stavolta mi sono addormentata vestita, e il bracciale africano che ho rubato alla fiera dell’artigianato ha marchiato la mia guancia sinistra con buchi e grechette. Ho la bocca impastata e voglio una sigaretta, adesso. Le cerco nelle tasche dei jeans, mi cadono e si sparpagliano per terra di fianco al piatto incrostato di pesto che ho lasciato sotto al letto all’ultima maratona non stop di tutta la filmografia di Chaplin, una settimana fa. E’ passato troppo tempo, devo rifarne un’altra, altrimenti tutta questa nevrosi cittadina mi manderà ai matti. Il piatto però lo lascio, ho deciso che voglio una piantina di basilico in camera perché il verde si abbina bene con la coperta di lana cotta che mi ha regalato mia nonna.

Guardo l’orologio, sono le due del pomeriggio, forse dovrei fare qualcosa.

Ma cosa?

Ho voglia di un puzzle. Vado in camera di mia figlia Mary Flower Jane e prendo quello più grande che c’è, una scatola di zuppa Campbell di Andy Warhol in 5000 tasselli, gliel’ha regalato suo zio sperando che diventi una critica d’arte. Io non ero molto d’accordo, avevo paura che quest’icona inneggiante alla produzione in serie traviasse la mente di mia figlia. Ma lei per fortuna si è fatta sconfiggere presto dal numero mostruoso di pezzi ed è ritornata al suo passatempo preferito, disegnare con gli acquerelli sul muro del soggiorno. Ora è a scuola credo, anche se non sono molto sicura che ci sia scuola anche la domenica. Anzi, l’ultima volta che è andata a scuola di domenica è tornata a casa all’una di notte con un sospetto odore di fumo addosso, ma non le ho detto niente perché si sentiva che era roba buona. Scuola o non scuola a 8 anni una ha la testa abbastanza sulle spalle per cavarsela da sola, prendo il puzzle e lo rovescio sul pavimento del bagno. Stappo un bianco, mi immergo nella vasca ma prima metto sul bordo la radio e il phon perché dopo non avrò voglia di alzarmi per asciugarmi. Intanto butto occhiate al puzzle, quando l’avrò capito e sarò entrata nel modo di pensare di Warhol sarà un attimo assemblare i 5000 pezzi. Ascoltare i Velvet Underground mi fa venire l’ispirazione per terminare la mia nuova canzone, dieci minuti cantautoriali sul lavoro nei campi, ne sono molto fiera perché ho scelto un tema d’attualità e un format di canzone che non muore mai. Uscendo dalla vasca mi taglio con le piastrelle sporgenti, uno dei tanti lavori iniziati con tanto amore dal padre di mia figlia e piantati lì a metà. Chissà dov’è ora. Se n’è andato di casa il mese scorso perché aveva bisogno di cercare se stesso e ha il cellulare sempre spento. D’altra parte anche fosse acceso non me ne farei niente perché anch’io sono alla ricerca di me stessa da qualche settimana e così ho regalato il mio telefonino a un barbone perché nessuno mi disturbasse durante questa delicata operazione. Anche la madre di mia figlia è sparita, mi ha lasciato un biglietto sul cuscino dopo una notte d’amore folle dicendo che aveva bisogno di un po’ di tempo per sé. In questo tempo passato da sola in casa con Mary Flower Jane, sette cani, tre gatti, un pappagallo e le occasionali visite di mia madre (che passa solo per controllare che M.F.J. sia ancora viva, la malpensante) ho imparato a riapprezzare le piccole cose. Per esempio ho preso una nuova abitudine, rifarmi il letto ogni mattina. All’inizio è stata dura, voglio dire, fare la stessa operazione tutti i santi giorni, che cosa piccolo-borghese. Così ho inserito delle varianti: metto per prima cosa il copriletto, poi il lenzuolo, e infine ci salto sopra con Mary Flower, i cani e i gatti per dare quella consistenza vissuta che mi piace tanto al materasso. Anche in cucina ho deciso di rivalutare le piccole cose, a partire dalle pietanze: insetti cucinati in tutte le salse sono diventati la mia specialità dal momento che sono facilmente reperibili in ogni angolo della casa. Provare cose nuove mi piace molto, e così ho deciso che questa estate spedisco Mary Flower Jane dal ragazzo del mio pro-pro-cugino che abita in una casa popolare nel tredicesimo arrondissement di Parigi e vado a meditare nuda in una grotta di ghiaccio in Antartide. E’ un percorso spirituale organizzato da un gruppo di meditatori che ritengono che il ghiaccio procuri onniscienza e girano con due siberini legati alle tempie. Li ho scovati tramite un link su un sito di ricette con gli insetti e mi sono sembrati subito affidabili, tant’è che gli ho già pagato tutta la quota del viaggio spedendogli la mia carta di credito col codice segreto. Hanno assicurato di restituirmela a maggio. Intanto pensando al ghiaccio mi è venuta voglia di mohito, in fondo è naturale, son già le quattro del pomeriggio. Le mie serate iniziano sempre prima, e nel week end occupano tutto il giorno. La serata odierna cala al punto giusto, per oggi ho dato, ho concettualizzato una pianta di basilico e un quadro di Warhol, scusate se è poco.

Marta

MILANO

Posted in Scritti e racconti by albe on aprile 7, 2008

 

 

Sono appena appena svegli, sul tram.

Una vecchietta sta andando al mercato, sperando d’incontrare sua figlia con i bambini , non si ricorda che la figlia in questione se n’è andata, tanti anni fa, sbattendo una porta, non si rammenta la riconciliazione fatta di thè, di biscotti e di buone maniere, mentre la ragazza piangeva, per il solito stronzo, che appena ha saputo della gravidanza l’ha lasciata, non si ricorda dell’aborto. E si è dimenticata dell’ultima lite, dieci anni prima, del fatto che non si sono più sentite, si è scordata il trasferimento.

Un ragazzo che va a scuola, come al solito in ritardo perchè la sera prima ha fatto tardi con la sua fidanzata, Francesca, e adesso si preoccupa dell’interrogazione, fingendo indifferenza attaccato alla maniglia e dissimulando paura. Sta pensando ai continui litigi con i genitori, mentre scorrono le fermate, a come si sente il più disperato e incompreso del mondo, pensando che solo lui può capire tutto. E invece non capisce nulla.

Una donna sui trentacinque è assorta in un best seller comprato all’esselunga, preoccupata per il suo capo, che, causa lo sciopero dei tranvieri si arrabbierà per il suo ritardo, e forse le abbasserà lo stipendio, infischiandosene delle leggi e dei sindacati; hanno un bel dire loro, di scioperare, di farsi sentire, e se poi quello la licenzia con cosa mangia? Col manifesto di Marx e Hengels?

Un uomo che ama definirsi di mondo, che guarda fuori con aria assorta, anche se in realtà ha soltanto letto tante città – ne ha viste poche- in altrettanti libri, sta andando alla propria mostra nella sua “galleria d’arte contemporanea”, un buco in un vicolo, che è frequentato da “gente d’arte”.

I soliti quattro bevitori di rosso del bar “paradiso” sotto casa.

Un operaio in tenuta da lavoro ha finito il turno di notte, sta tornando a casa, pensa al fatto che quando occupavano il liceo non pensava finisse così, a fare veramente l’operaio, veramente con la tuta da lavoro ed una stanchezza infinita sulle spalle e negli occhi.

Stanno andando, il tram li sballottola, scendono ad uno ad uno.

Ed io osservo, dallo specchietto, li conosco ormai, riconosco i tipi alla prima occhiata, mentre guido in questa mattina nebbiosa, mentre avviso le belle ragazze dei controllori, mentre mi spavento per gli ubriaconi che mi ricordano mio padre, mentre ho paura di addormentarmi, su questo tram che gira in tondo, il mio turno finisce a mezzogiorno. Ancora cinque ore, di donne in carriera, di ragazzi schiamazzanti, di fidanzatini, tutti un po’ isterici, in questa città che tiranneggia, Milano.

In tutte le zone, milanesi, turchi, russi, tutti in fretta, nessuno che si guarda negli occhi, alcuni se ne dispiacciono anche, ci provano, a guardarsi, ma Milano li annienta. Milano stanca e rende ipercinetici, Milano è la capitale della moda e dell’isteria.

Ce ne sono tante di Milano. C’è la Milano di Brera, con i mezzi ubriaconi, le commesse delle boutique di lusso, e i ragazzi che cercano di imitare gli artisti. C’è la Milano degli artisti veri, sparsi in tutta la città, che si riconoscono al primo sguardo, fanno sedere le vecchiette e mettono in ridicolo i ragazzini, gli artisti che sono tutti un po’ stronzi. C’è la Milano di Pagano, di via Venti Settembre, fatta di avvocati con mogli che giocano alle alternative, comprando stracci di cachesmeare e cibo biologico, venti euro un pezzo di pane. E poi c’è la Milano degli ubriaconi, che salgono qui sopra a tutte le ore e intimidiscono la gente, abituata alla propria veduta della città, la spaventano, perchè una Milano non ce l’hanno,e sono gli unici che la conoscono a fondo, questa merda di città, che hanno capito il suo marciume. Ma è vero che fanno paura, una paura porca.

Perchè non sono in loro stessi, perchè non stanno alle convenzioni, si mettono a parlare con gli altri, non si rinchiudono, sputano e urlano, vogliono comunicare, hanno un bisogno immenso di comunicare. E gli altri, quelli che in fin dei conti recitano una parte, che sono dei personaggi, non hanno nessuna voglia di mettere in discussione la loro posizione, sul tram e nella vita,ad ogni domanda che si pongono cercando la risposta che gli si confà, non la verità.

In questa dannata ultima ora che non passa più, in questa benedetta ultima ora in cui ti fermi a pensare ,

penso.

Penso che io mi sento superiore, su questo arnese che gira, ma alla fin fine non sono come loro? Non sono anch’io un ragazzo che pensa di avere per le mani il segreto del mondo, un uomo convinto di essere un’artista, un’artista vero? Ma più di tutti mi sento un ubriaco, perchè ogni tanto mi perdo, nei pensieri, nelle domande, per le strade, con mia moglie.

E la conosco, questa città, fatta di caffè, di tisane e di superalcolici.

La amo, in fondo, perchè ormai fa parte di me.

Roma ti entra dentro, Firenze ti cambia, con il ponte vecchio e i fiorai, Milano ti si appiccica addosso e non ti lascia più andare.

 

“la tristezza pervade tutto, perfino l’allegria. Senza quella, nemmeno l’allegria può esistere.”

“felicità, Will Ferguson”

Chiara Angiolini

 

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