Luisa s’infila cappotto e auricolari, per accorgersi che la batteria dell’I-pod è scarica. Fa niente, è una bella domenica assolata di novembre e si può fare a meno della musica. La metropolitana è piena al punto giusto: un unico sedile vuoto la accoglie tra una signora anziana rotondetta e una ragazza sudamericana, una colf in libera uscita. Si preannuncia una buona giornata.
A colazione ha iniziato un romanzo di un autore che non conosceva e che sta diventando dopo quattro capitoli uno dei suoi preferiti. E’ davvero una buona giornata. Senza la sottile pellicola di musica intorno, però, è distratta. Lo sguardo vaga dalla pagina allo spazio che la circonda, secondo il ritmo svogliato delle rotaie. Di fronte a lei due ragazzi, in una posa antica, da Pietà, rivisitata in chiave cinematografica, di quei film sul ghetto di New York. Uno bianco e biondo e l’altro nero nero, come se li avessero scelti in un casting politicamente corretto. Pantaloni larghi e cappello con la visiera, il bianco abbraccia il nero, con la mano stretta sulla spalla imbottita in una felpa di almeno tre taglie più grande del dovuto. Il silenzio, in quel gesto prolungato, riempie di tenerezza quei vestiti da duri.
Luisa vorrebbe avere la telecamera per mostrare il quadro ai suoi ragazzi della scuola di cinema, ma anche a occhio nudo si sente un’intrusa in quella manifestazione di dolore tutta personale. Prova a leggere ancora, ma a ogni frase lo sguardo le si solleva su quei due corpi immobili, scossi solo da qualche singhiozzo del nero.
I bambini giocano, le mamme chiacchierano e i papà leggono il giornale nel parco lungo il naviglio della Martesana. E’ un buon giorno per portare in giro sua madre che, nel quartiere in cui si è trasferita per lasciare la casa a lei e al bambino, non conosce e non vuole conoscere nessuno, lei che si metteva sempre a chiacchierare con le commesse dei negozi mentre la figlia, per l’imbarazzo, non sapeva che fare.
Ha mandato via tutti e sistemato Carlo a dormire dal padre. Fuori è buio e loro sono sole, come ai tempi dei discorsi affondati nel lettone, quando papà era a qualche riunione condominiale. Adesso, stesa su quello stesso letto grande, nella stanza in cui i mobili della sua infanzia sono compressi fino a non lasciare quasi respiro, sua madre sembra minuscola.
Seduta sul divano su cui è cresciuta, sui cuscini dove ha pianto coi film che l’hanno resa regista, Luisa guarda il TG regionale. Parlano di un morto, e per un attimo pensa che si riferiscano a sua madre. Ma ovviamente no, un’insegnante in pensione che se ne va placidamente, nel sonno, non fa notizia. Parlano di un ragazzo che ha l’età dei suoi alunni. Di colore, morto ammazzato, pestato. In un attimo il flashback del viaggio in metro, del pianto silenzioso e composto di quel fratello nero, e nella testa di Luisa nasce un film, un soggetto è il termine tecnico. Non la sfiora nemmeno il pensiero che forse al ragazzo era morta la madre, come a lei, in quella stessa giornata di sole. Non è importante.
Si è messa a scrivere, non di getto perché ormai quel tempo è finito, ma comunque di buona lena. Potrebbe nascerne un progetto serio: ha già in mente qualcuno che a sentir parlare di film di denuncia va in brodo di giuggiole.
Si è messa a scrivere e quando posa la penna la sensazione di dejavù è fortissima. La stessa soddisfazione di quando da piccola chiudeva il quaderno su quello stesso tavolo e ci appoggiava sopra la penna, in attesa dell’approvazione della mamma.
La televisione, muta, trasmette un programma di approfondimento, di quelli da seconda serata. Luisa ha voglia di concedersi una sigaretta dopo quasi tre anni, magari con un bicchiere di porto, ma in casa non c’è niente, e dalla finestra aperta in camera da letto, la famigerata nebbia, a cui il sole, inevitabilmente, lascia spazio al tramonto, le fa passare la voglia di scendere a esplorare i dintorni. Chiude le imposte e prende una camicia da notte e una coperta dall’armadio.
Prima di spegnere la luce e andare sul divano dà un’altra occhiata al viso, composto, della madre. Sul comodino dei libri impilati, e, sopra, gli occhiali dalla montatura un po’ spessa per cui la prendeva tanto in giro da piccola. I volumi sono tutti tenuti in buon ordine, senza sottolineature o orecchie. Impossibile dire se fossero già stati letti o no. Luisa scorre i titoli e ne prende un paio che non conosce.
Piange, prima di addormentarsi, e non ci trova nulla di strano.
Ludovica Gazzé








