C’era una volta un piccolo paese, racchiuso in una comunità autogestita e autarchica, che aveva adottato l’insolita modalità dello Scambio del Cuore per garantire a tutti la reciproca conoscenza, la reciproca amicizia e il reciproco amore.
Il sistema, la cui meccanica era scandita da un grande orologio collocato sulla torre del Podestà, comportava incontri rapidi e indolori per offrire a ciascun cittadino comunitario, a rotazione, l’opportunità di scambiare il proprio cuore con un partner predefinito. La pianificazione dello scambio era gestita dal Podestà in persona, con la supervisione del Doge e del Camarillo. In questo modo, inconfutabilmente democratico, a tutti era permesso conoscere gli altri, esserne amici e amarli, ricambiati, senza incappare nelle squallide usanze comuni, tipo convivere, cercare di capirsi parlando o, peggio ancora, abbracciarsi e baciarsi. Dopo il lungo giro di scambi, matematicamente concepiti dal sistema ed effettuati all’interno della comunità, alla fine dell’esistenza ciascuno avrebbe avuto la certezza di ritrovare il proprio cuore originario, quello scambiato all’inizio del percorso. Un loop molto rassicurante, molto sensibile al sentire religioso della comunità autogestita e autarchica che chiedeva a tutti, senza imposizioni, di attenersi scrupolosamente all’idea del ritorno all’infanzia, giusto prima della morte. Ammesso che l’infanzia fosse superabile.
Un giorno qualsiasi della primavera del 2008 arrivò nel piccolo paese lo Straniero. Già di per sè la notizia creò allarme perchè il Podestà avrebbe dovuto tracciare un nuovo calendario di scambi, farlo supervisionare dal Doge e quindi aspettare l’approvazione del Camarillo… nel frattempo centinaia di cuori sarebbero stati tumultuosamente in sospeso. Era probabile che il grande orologio sulla torre sarebbe stato bloccato per un po’, in attesa di nuove e definite disposizioni.
Non era la prima volta che uno straniero arrivava nel piccolo paese, ma era certo che l’elaborazione matematica della posizione di scambio del nuovo arrivato avrebbe comportato un rallentamento nel ritmo del sistema, producendo un involontario senso di suspense. Tutto ciò produceva un altrettanto involontario senso di odio da parte della comunità verso lo Straniero.
“Vorrei un pacchetto di figurine… e un barattolo di cucunci strombolani sottaceto, grazie” disse lo Straniero, ma già dagli occhi dell’addetta al reparto cucunci lesse una sottesa quanto spontanea avversione. Si chiese il perchè, ma non ebbe risposte nè da sè stesso, nè dalla comunità. Ovunque andasse nessuno gli rivolgeva la parola se non per fredda cortesia. Tutto questo avrebbe potuto infastidirlo, ma nella sua visione cosmopolìta, poteva anche sorriderne. Erano già molte le piccole comunità con cui si era confrontato con successo, seducendone i cuori.
Arrivò il giorno dello Scambio del cuore. Il grande orologio sulla sommità della torre del Podestà scandì l’ora della cerimonia con la consueta, morbida musicalità. Tutti i cittadini si avviarono per le strade in gioioso ma allarmato silenzio. Un’ombra turbava sottilmente la comunità: c’era lo Straniero, l’incognita inquietante, l’insopportabile lotteria. Con chi avrebbe scambiato? E come sarebbe cambiato il calendario?
C’era persino chi temeva, soprattutto tra gli anziani, che con il nuovo arrivo non avrebbe più incontrato il proprio cuore originario prima della fine. I giovani invece ridevano e scherzavano per esibire la propria moderna tolleranza contro i vecchi conservatori, contribuendo così a creare, nel tentativo di esorcizzare la paura, un’insostenibile carica elettrica nell’atmosfera. Tutti erano sospesi nell’attesa eccitata ed inquieta.
I cuori dell’intera popolazione comunitaria erano facilmente removibili grazie alla pratica tasca con chiusura in velcro, studiata per velocizzare lo scambio ed evitare quelle ritualità vacue che un tempo molto antico prendevano il nome di “corteggiamento” e/o “preliminari”. Il cuore del successivo partner-predefinito era subito disponibile, senza traumi, semplicemente aprendo la tasca a soffietto su cui era ricamato il nome del donatore. Lo stile ricordava quello delle giacche militari ed era in voga già da alcuni decenni. Un’innovazione che al tempo della sua introduzione aveva creato molte perplessità in merito alla percezione sociale della democrazia. Alcuni gridavano allo scandalo, perchè così si violava la privacy, ma poi la maggioranza aveva intuito che nominare i cuori era garanzia per la tutela della purezza dello scambio. Non ci sarebbero stati errori nel sistema. Tutti gli elementi della comunità avrebbero scambiato il cuore con tutti.
Fu improvvisa la consapevolezza dell’orrore. La folla muta smise all’unisono di respirare e vide, finalmente in tutta evidenza, perchè lo Straniero era oggettivamente pericoloso. Non era più solo il vago rischio che il calendario potesse subire qualche rallentamento. Non erano i suoi occhi smarriti e sinceri, che cercavano amicizia o amore o affetto a turbarli. Non era il suo atteggiamento deciso e curioso a terrorizzarli e nemmeno la possibilità che qualcuno di loro avrebbe potuto ospitare il suo cuore accogliendolo così nella sistemica comunità dello scambio. Anzi. Questa possibilità sembrava ormai degna di rimpianto. La comunità infatti non avrebbe mai potuto integrare lo Straniero.
Perchè lo Straniero aveva due cuori.
“Qual è il problema? – chiese lo Straniero – potrei scambiare i miei cuori con due persone diverse contemporaneamente…”. Dalla folla si levarono i primi insulti. “E’ immorale!” decretarono i conservatori. “Non permette uno scambio profondo!” aggiunsero i romantici. “E’ asimmetrico e irregolare!” sentenziarono i matematici, mentre un brivido percorreva l’intera comunità. Tutti immaginavano che ciascun cuore dello Straniero valesse in realtà come la metà di un cuore “normale” e così, proiettandosi idealmente nello scambio con lui, inorridivano al pensiero che la loro vita affettiva avrebbe potuto inaridirsi o essere poco gratificante.
Per reagire con decisione al pericoloso caos che stava minacciando la comunità, venne progettata e messa immediatamente in atto la Soluzione Rassicurante: il Podestà, nella sua immensa saggezza, prese un cuore a caso dal petto dello Straniero. Lo affettò e triturò minuziosamente lasciandolo essiccare al sole per una buona mezz’ora. Infine lo compattò in un panetto simile per colore e consistenza ad un dado da brodo, ma di dimensioni molto più generose. Nel frattempo il Camarillo e il Doge si misero a rollare la più lunga sigaretta mai vista nell’intera contea. Il cuore dello Straniero venne scaldato tra le dita, sbriciolato e diffuso con regolarità scientifica. Tutti avrebbero dovuto aspirarne almeno una molecola. Nessuno escluso. Solo così si sarebbe preservata la purezza dello scambio senza rivoluzioni. Il Podestà era fiero della sua Soluzione. Il Doge e il Camarillo applaudivano. La folla era in festa. E tutti presero a fumare felici. Mai straniero fu più amato. Si stabilì che l’ultimo tiro, per chiudere in bellezza, spettasse proprio a lui. Era notte fonda quando la canna giunse alle sua labbra. Lo Straniero chiuse gli occhi e aspirò profondamente. Era l’ultimo tiro e l’ultimo istante della sua vita. Uno dei due cuori era tornato al punto di origine, chiudendo il cerchio, proprio come garantiva la regola aurea dello scambio che in punto di morte esigeva il ritorno del cuore al rispettivo mittente.
E fu così che nell’intera comunità, ancora oggi dopo tanto tempo, quando qualcuno vuole descrivere un amore tanto forte da dover essere rinchiuso in sè stesso, dice: “…già… proprio come due cuori e una canna…”.












