Faceva freddo. Uno di quei freddi gelidi, che scivolano sotto le giacche, che sfiorano le ossa, che ghiacciano la fronte. Una pioggerellina finissima bagnava le città, talmente fine che quasi non la vedevi, la sentivi soltanto. Un umido velo bagnato si sdraiava sulla tua pelle, sulle nere strade asfaltate. Eppure tu camminavi. Mi sono sempre chiesto come facessi, a camminare con questo tempo da cani, eppure tu lo facevi. Camminavi sempre, tu.
Io ti incontrai per caso, in quel gelato pomeriggio di dicembre, in una piccola stradina buia di Milano. In una di quelle strade che scappano lontano dal centro, che con i suoi assordanti rumori e le sue scritte troppo luminose le fa fuggire fino ad arrivare negli angoli piu oscuri e stretti della vecchia e quasi dimenticata Milano.
Tu camminavi. Le All Star rosse, i jeans fradici, un lungo cappotto nero. E il tuo sguardo. Chissà cosa vedeva, chissà che cosa inseguiva.
Io mi fermai, vedendoti venire incontro. Tu non mi vedesti e continuasti a camminare. Mi venivi sempre piu vicina, lo sguardo perso. Io sapevo che sarebbe stato giusto spostarsi dalla tua rotta, ero in mezzo ai piedi, non era possibile stare fermo impalato come un ebete eppure rimasi lì, immobile.
A mezzo metro dalle mie scarpe, le tue si fermarono. Alzasti la testa e mi guardasti. I tuoi capelli erano coperti da migliaia di piccolissime gocce di pioggia, sembrava una ragnatela di seta si fosse posata sulla tua testa.
“Dove vai?”, ti chiese d’un tratto la mia voce senza che io potessi impedirglielo.
“Non lo so’”, tu sorridesti. Soltanto i tuoi occhi sorridevano. Le labbra rimasero in attesa, socchiuse.
“Posso venire con te?”
“Non lo so.”
E cosi iniziammo a camminare. In silenzio. Non sentivo il bisogno di intrattenerti, sapevo che qualsiasi cosa che avrei potuto dire, sarebbe stata fuoriluogo, sarebbe stata rozza e imbarazzante.
Così camminammo, sotto una leggera tenda di pioggia.
“Sai, credo che camminare sia la salvezza di noi uomini”
La guardai sorpreso.
“Io non potrei vivere senza camminare, credo. Non ti accorgi, che al ritmo dei tuoi passi i tuoi pensieri iniziano a scorrere?! Diventano un ruscello, gorgogliando escono dalla tua testa e cascano per terra. Scivolano sull’asfalto, a volte finiscono in una grata, il piu delle volte restano lì. Pozzanghere di pensieri. Quando i miei pensieri sono tutti appiccicosi diventano un pappone viscido e spesso mi domando se i poveri pedoni non possano scivolare mettendo un piede in una pozzanghera di pensieri così strani e annodati.” I tuoi occhi , avevano il colore delle foglie, ripresero a sorridere.
“Ti sembro matta, dì la verità.”
“No”, guardai le punte delle mie scarpe che camminavano davanti a me, che mi conducevano sicure sulle strade nere e lucide.
E allora me ne accorsi. Un silenzioso mormorio nella mia testa diventava sempre piu forte. Ed allora li sentii arrivare. Come se eccitati parlassero tra di loro, i famosi pensieri si stavano avvicinando. Quei pensieri che avevo disperatamente cercato di nascondere. Avevo cercato di barricarli nelle profondità del mio cervello, li avevo scaraventati il piu lontano possibile al fine di evitare un pò di dolore. Ed ora eccoli lì.
Il viso di mia madre. Gonfio di pianto, segnato dalle prime rughe. Seduta immobile nella poltrona blu, il braccio le cade, le dita pallide sfiorano quasi il tappeto, non mi sente quando la chiamo, non si accorge delle mie goffe carezze.
Mio padre è scappato. Una lettera sul tavolo della cucina. Un foglio bianco, la sua bella calligrafia ordinata e curata. Ci vuole bene, mamma. Ha scritto che ci vuole bene, hai sentito? Pero’ è scappato, eravamo troppo per lui, non ce la faceva piu. Papà, che cosa hai fatto? Non ti capisco, ma dove sei andato?
Mamma ti prego alzati da quella poltrona, alzati! Mi chiedi una sigaretta. Io te l’accendo, e te la infilo tra le labbra. Mamma, attenta che ti cade la cenere.
Lo stronzo ha un’amante. Ha sicuramente un’amante. Mamma, attenta alla cenere.
Le immagini attraversavano la mia testa come se fosse un’autostrada. Veloci come dei raggi di luce.
Facevano male, finalmente arrivava il dolore. Pungeva forte nello stomaco. Mi sembrava che il cuore venisse stretto da fili di nylon che lo attorcigliavano, pulsava tremante, incatturato.
Ma poi le immagini cadevano per terra. Giuro, cadevano per terra. E rimanevano lì. Ad ogni passo ne perdevo e le lasciavo sull’asfalto. I pensieri cominciarono davvero a scorrere, a grosse gocce si infrangevano contro la strada. Un passo dopo l’altro, scivolavano sotto le suole delle mie scarpe. Lisci, fluidi correvano sul mio impermeabile e si mischiavano con la pioggia leggera.
“Funziona”, ti dissi. Mi guardasti da grandi foglie autunnali.
“Vedi, pensavi che ti prendessi in giro?
“Ho freddo, ci prendiamo qualcosa da bere?”
Ti presi la mano, era gelida, e ti portai via con me.
Camminammo per la bagnata Milano invernale, al ritmo dei nostri pensieri.
Anna M.