ROSSOPANE

due righe: creo ergo sum

Pubblicato in Uncategorized da bibatella il Settembre 30, 2007

Sembra che il bisogno di creazione nasca in particolar modo nella sofferenza, nel dolore…

Quasi una consolazione tra le rovine dell’anima. Profondo, necessario bisogno di dare senso al male, di dare al male una sua funzione. “sto male” ma creo.

Siamo incapaci di accettare la mancanza di senso della vita… (è ormai molti secoli che camminiamo su molteplici sensi… L’ARTE,LA RELIGIONE, LA POLITICA, LE SCIENZE)

La vita non ha senso.. Per i più questa prospettiva genera angoscia.

Io credo invece rappresenti un’enorme grandissima e aperta possibilità nella vita dell’uomo. L’uomo, che ha necessità di creare un senso da quando si estraneò dal mondo primigenio dell’istinto puro e grezzo, può scegliere il timbro con cui imprimere il suo sigillo.

E smettiamola di guardare a modelli passati.

Come se non fossimo in grado di crearne noi di modelli.. Rimaniamo ai nostri tempi, non al ‘68.

Non rubiamo idee e modelli ad altri, creiamone di nostri..

Cerchiamo di “sognare più vero”, non esiste legge o regola creata che sia immodificabile, forse spesso per pigrizia mentale lo crediamo.

Torniamo alla realtà, la nostra.

Dony

REPARTO GERIATRIA

Pubblicato in Uncategorized da buvolo il Settembre 25, 2007

Sconvolta: ieri sera le mie coinquiline hanno deciso di fare quattro risate e vedere la finale di Miss Italia.Nonostante la mia propensione per vedere tali programmi non sia delle migliori ho aderito mossa dalle “quattro risate” incluse nel pacchetto.Decadimento e mani nei capelli.Sembrava l’ospizio.Mike Bongiorno che nemmeno camminava è stato piazzato su un tavolino stile reception, Pippo Baudo in modalità totalmente anarchica si aggirava nello studio alzandosi ai ritmi della sua prostata e la Goggi: la Loretta cara era completamente fuori di testa.Davano i numeri in tre: scoordinati, rincoglioniti: in effetti in tre contavano 220 anni grossomodo e non è poco.Nonostante i capelli accuratamente tinti Pippo Italiano esibiva una “platta” rotonda nel retro testa che era marrone anch’essa dal momento che la tinta non ha trovato capelli e ha preso sulla pelle.Mike era in preda ad una confusione immonda che la Goggi alimentava ad ogni piè sospinto: presentavano le Misses con nomi che non erano i loro (e ’ste poverine impalate sui gradini continuavano a sorridere sentendosi ancora piu’ depersonalizzate di quanto non fossero già), la Goggi evidentemente credeva di essere a teatro dato che improvvisava imitazioni scadenti e imbarazzanti nei momenti meno consoni: persino i cameramen erano svarionati.Il reparto geriatria annoverava anche tra la giuria Simona Izzo ed Eleonora Giorgi che tutte fiere del loro doppio mento e della loro menopausa hanno cercato di fare show, ma la Giorgi non si è alzata un secondo dalla seggiola e quell’altra si è alzata reggendosi allo schienale come se stesse brandendo il girello.Ciliegina sulla torta è stata Amanda Lear che nel suo portamento transessuale quando è stata chiamata sul palco per incoronare Miss Eleganza non aveva ancora capito di non essere al Brutto Anatroccolo. Le Misses lasciamole perdere.. con i loro sorrisi da mentadent e i loro 12 cm di tacco hanno dimostrato di non saper leggere ne’ parlare, ne’ ammiccare. Ho sperato che nella prima pausa di reclam i produttori distribuissero cocaina al fine di ravvivare lo charme di presentatori e candidate, ma con mio sconforto mi sono accorta che al massimo è passata qualche tisana alla marjuana che ha lentamente assopito i membri di questo show ormai decaduto.Insomma, quest’anno ha pure vinto una tra le piu’ brutte, e va bene che il concorso potrebbe essere chiamato “Miss chi lo succhia meglio”, ma mi chiedo: Dal momento che li in mezzo son quasi tutti froci, a chi li hanno fatti queste i favori sessuali?Boh, forse nel retroscena c’era lo zampino lesbico della De Filippi che tra l’allestimento dei suoi nuovi show e il cambio del vasino da notte a Costanzo ha invertito le bellezze d’Italia.Senza Parole, davvero. L’anno prossimo secondo me la diretta la faranno senza troppi camuffamenti dal reparto di geriatria dell’ospedale dei vips.Indi prepariamoci Italiani. Il pubblico futuro sarà ospitato tra lettini ospedalieri, cateteri e pannoloni.       

Buvolo

nostromo?

Pubblicato in racconti da rossopane il Settembre 22, 2007

nostromo

La ragazzina alza il mento, fiera. Le sopracciglia fini aggrottate, le labbra serrate. Un filo d’erba in bocca. È seduta sconsolata, e nonostante la mascella serrata e la sfida negli occhi le spalle sono curve, braccia e gambe abbandonate sulle assi del ponte bagnate di sale. Rassegnarsi? Troverà il modo.
Rollìo della nave.
-troverai il modo-
è un vocione pieno, stonato e gorgogliante che rotola nella nebbia fino a lei, persa nei suoi pensieri.
-taci tu!-
vocetta petulante, irritata.
La ragazzina arriccia il naso, sbuffa. Dalla nebbia grigia le arrivano ancora morbide vibrazioni divertite, come se il vocione le volesse fare il solletico. Piano piano il faccino di lei si distende, scintilla di allegria negli occhi, sorriso leggero che mostra i dentini rotondi, ma subito la solita ombra di preoccupazione e stanchezza le annuvola lo sguardo.
Rollìo della nave.
Il filo d’erba l’ha consumato e non ha ancora niente in mano, ma basta crucciarsi è ora di chiedere al Nostromo che si mangia oggi. Lunga occhiata nella nebbia. Sembra volerla trapassare e nello stesso tempo volerla rendere più densa ovattata protettiva. Ma più di tutto è un’occhiata tenera che vuole avvolgere quel vocione rotondo e pieno. È una promessa anche. Stringe i denti ma non abbandona. Qualche metro più in là una pinna gigante si alza elegante e si tuffa piano nell’acqua liscia color dell’olio.
Sciabordìo. La nebbia si richiude e la ragazzina corre sottocoperta.

Due passi agili ed ecco una cabina di legno scuro. Soffitto basso, oblò rotondo, un gran tavolo e due sedie solide, luce morbida e rossa di una lampada a olio, in un angolo un baule con sopra una confusione di vasetti di vetro, un fiasco di rhum ambrato.
Lei si butta su una sedia. Respira piano, è tranquilla ma la fronte è ancora aggrottata.
-ancora niente?-
la voce bassa, roca, voce da tabacco, arriva da una figura alta, faccia in ombra, appoggiata al baule. Jeans scuri scarpacce di tela rovinate e sporche e disegnate a china, sulle spalle è buttata una coperta di lana nera. Una mano forte, abbronzata, tiene incurante tra le dita un sigaro scuro.
-ancora niente?-
-già, niente-
pausa. lunga. la ragazzina guarda mogia fuori dell’oblò. nebbia.
-ohi! Che mi proponi oggi?-
-oggi.. oggi ho disegnato farfalle delicate. E il purè-
dalla lana pesante esce una mano, scura non di sole ma d’inchiostro, tutta ricoperta di segni e storie e disegni. Non si vede, ma proseguono su per tutto il braccio e la spalla e poi chissà. Ecco che sul tavolo c’è uno dei vasetti di vetro, con il purè, e un foglio di carta di riso. Ci si rincorrono cinque farfalline blu, delicate davvero (dall’angolo in basso a sinistra a quello in alto a destra).
-e.. vuoi un altro dei fili d’erba? Te lo prendo.. se ti va-
esita, lei sorride e dice no grazie sto bene e delicate davvero, le farfalline. Mangia veloce perché ha proprio fame e alla fine soddisfatta
-sta notte potremmo muoverci da qua, giusto qualche lega, metto su un po’ di carbone e faccio io la guardia. Starò attenta-
-con lui?-
-con lui-
-sèguilo, sta notte è saggio sulla via da prendere-
la voce sempre più roca e lenta, stanca. La ragazzina si avvicina, dà un pugnetto sulla spalla un abbraccio rapido e corre via.

Sul ponte fa un po’ più freddo e c’è un po’ più buio, lei sente la piccola nave che sbuffa e tossisce e comincia a camminare tranquilla. Sottofondo di vibrazione sorda. Dopo poco l’altro vocione morbido e pieno si unisce a quello del motore. Pian piano lui riaffiora, gran muso squadrato, dentoni gialli e occhi neri, profondi, liquidi, buoni. A guardarlo la fronte si distende, la bocca si piega all’ingiù e lacrime trasparenti le rotolano per le guance. Il corpicino esile è scosso dai singhiozzi, con le mani sporche stringe convulsamente la ringhiera di ferro arrugginito.
Lui la guarda con gli occhi tondi e calmi, borbotta
-ma allora non sei un lupo di mare-
Nonostante i singhiozzi le scappa un sorriso, lui fa dei versi profondi, bassi, come per lenire qualche ferita crudele.
-accidenti- mormora lei un po’ piangendo un po’ scherzando -t’avessi buttato in mare da solo, quando ancora riuscivo a mollarti!-

Sono nati insieme.
Quando? Dove?
Lei ricorda prati verdi, terra scura morbida e buona, radici nodose di alberi enormi, mattoni rossi caldi di sole, macchie d’inchiostro e la carta ruvida e grande dei giornali con cui era sempre avvolta.
Lui ricorda la vasca di mattonelle blu, abbaglianti e fredde, ricorda nessun sapore nell’acqua e i fiumi stretti che affrontava per raggiungere lei nei prati caldi, ricorda pesci viscidi e collosi e la terra scura saporita che lei gli posava in bocca.
Poi è successo che sono cresciuti.
Lei, secca e agile, poteva ancora buttarsi nella vasca fredda abbracciarselo fargli il solletico saltargli sopra a cavalcioni e intanto correre sulla terra e battere forte i piedi costruire le cose con i mattoni caldi e la calce solida.
Lui respirava sempre più piano, rideva sempre di meno, era gigante e non riusciva più a saltare fuori dalla vasca fredda nei fiumiciattoli che correvano nei prati. Iniziava a struggersi per qualcosa che non sapeva, poi s’inarcava s’infuriava si dibatteva perché capiva. Gli serviva il mare per volare veloce sott’acqua e sentire che era vivo.
Avevano litigato strillato si erano picchiati e azzuffati, ma non c’era molto da fare.
Lei dice
-troverò il modo per tornare insieme nei prati-
Lui urla potente
-salta su!-
E filano velocissimi nel mare.

Dopo per carità, lei si dimentica anche dei suoi prati dei suoi mattoni dei suoi giornali del suo sole caldo, non è che stia tutto il tempo a struggersi. E quanti posti vedono!
I mari caldi azzurri e trasparenti coi pesci colorati e le fanciulle dalla pelle di miele i fiori rossi tra i capelli lucidi e le braccia forti che accarezzano e baciano e ridono e insegnano a cantare. I mari profondi che si dicono pescosi i marinai abbronzati con le rughe e i porti con la puzza di pesce dorato cucinato per bene e le barche curate e riverniciate e sistemate sempre perché là sono importanti e il disordine ordinato perché ogni azione ha uno scopo preciso ed è indispensabile forse e quindi non si fa niente per caso. Ed è in tutta quella confusione che trovano Isotta, la loro barchetta di legno scuro piccola e accogliente e resistente che se ne va in giro scoppiettando e borbottando. È con lei che vanno nei mari gialli, anche un po’ unti, che bagnano le coste di mezzo dov’è tutto un po’ umido e appiccicoso e ci sono gli omoni grandi con le cicatrici chiare che sbraitano e se la prendono con gli omini più piccoli, un poco gialli come il loro mare. In una taverna fatta di rhum e piume sgargianti sopra bocche rosse e carte da gioco sporche ed emozionanti trovano Nostromo, con la sua testa rotonda i capelli neri il nasino piccolo, in una mano un sigaro nell’altra il pennino nero, sempre. E la coperta di lana pesante che copre le forme rotonde. Già perché questa loro Nostromo che parla poco e invece riflette tanto e poi disegna bene è morbida e accogliente e anche se brontola le piace stare dentro all’Isotta a guardare i mari dall’oblò e a cucinare il purè e a disegnare le farfalle.
Tutti e quattro insieme poi sono saliti su fino ai mari del nord, così freddi che ti risvegliano ogni singola particella del corpo e del cervello e dopo che sei andata giù sotto il ghiaccio a cavalcioni di questo tuo fratello pesce hai solo voglia di muoverti e fare qualcosa di enorme. Correre velocissima su un prato, magari.

Accidenti però, starsene sempre in mare!
Lei comincia ad inquietarsi. Vorrebbe piantare i piedi su un mattone saldo che stesse su un pavimento duro incastrato in un prato immenso che poggi sopra un continente ben ficcato nel centro della terra. Ovviamente di fianco al mattone, sul pavimento, ci sarebbe una vasca gigante e calda, o fredda, o come diavolo la vuole lui. Gliela promette in tutte le lingue ma lui non ce la fa ad incastrarsi di nuovo in un incubo di mattonelle, solo.
-e come farai a costruirmela?-
-Nostromo digli di stare zitto che non capisce niente-
Silenzio. Nostromo disegna. Un mattone una bambina una vasca una balena. Bisogna trovare un altro modo.

Ed eccoci arrivati. Lunga sera in una nebbia di angoscia pura. Lei fa avvicinare l’Isotta borbottando alla riva si precipita nell’acqua tira spinge urla sbuffa e lo carica su una zattera di legno marcio e tira grida spinge ancora e non riesce allora sta zitta e si concentra con le sopracciglia aggrottate e le labbra strette, come fa sempre. Lui è sveglio e la guarda stupito, immobile. La guarda a lungo con gli occhi tondi bene aperti, e lei dopo tanto tirare si butta sulla sabbia bagnata, sfinita e sconsolata.
-lo so, che c’è un altro modo. Ti dico che riusciremo a vivere insieme eppure separati, io a volare nell’acqua leggero veloce e libero, tu a correre sulla terra sicura calda e libera-
Lei gli sale sopra e filano dalla loro Isotta e dal loro Nostromo, chissà che le ha preparato con il suo pennino, vorrebbe un lago oggi, e di fianco un bambino minuscolo abbracciato a un albero nodoso così largo.

Seduta sul ponte a masticare uno degli ultimi fili d’erba (se n’era portati dietro due barattoli di vetro pieni, vengono dal prato verde) lei sembra piccola e sì, delicata, sperduta in un mare di nebbia così fitta che non riesce neanche a vedere quel grande muso squadrato che ha solo voglia di abbracciare strettissimo, vorrebbe affidare su quel dorso forte il peso della soluzione che non si trova.
-troverai il modo-
Rollio della nave.

Invece il modo non si trova, e più si consumano i fili d’erba più sembra che una soluzione non ci sia. E allora ti affido questa storia così magari la trovi te. O ne inventi un’altra e ci metti dentro loro due e li fai vivere in un mondo dove le bambine camminano sull’acqua e le balene respirano sulla terra.
Tu però disegnala e se non sai disegnare cantala impastala cucinala infornala incidila intagliala graffitala su un muro grigio cucila nella fodera di un cuscino paracadutala giù da un aereo dipingila su un pavimento falla uscire dal fumo di un camino

Ma attento con le storie inventate. Rivelano cosa ‘è sotto. Tal quale come i sogni.

nostromo

di Giada Vitali, graphics Daria Gatti