ROSSOPANE

Post da Luglio 2007

SKIT # ?

Luglio 15, 2007 · 2 Commenti

di Andy Osula

 

Il capitano Buongiorno Mezzanotte credeva di avere l’intera situazione sotto controllo. non aveva ancora idea del potere dell’idiozia o l’ingenuità delle persone e per questo trascurò di prendere in considerazione l’eventualità di un probabilissimo passo falso del suo bravo.

Johnny Carpaccio era infatti un novellino e per sua natura e per sua madre che lo ha ingozzato di avocado e chiodi di grofano almeno in tutta la sua memoria dell’adolescenza provocandogli seri traumi e per il padre mago dei buffet di medio borgo e chissà che altro era uno di quei tizi che facile facile potresti vederli scivolare realmente su una buccia di banana come solo nei cartoni animati e forse in qualche film di Chaplin.

Ma lui questo non glielo aveva detto perché nel suo caso la goffaggine paradossale paradossalmente si ricompensa in astuzia. O qualcosa di simile e così aveva ottenuto il lavoro.

Si trattava di un giochetto da nulla – che un professionista sbrigherebbe mentre conta gli spiccioli dal pavimento per l’ennesima birra, perfino nel pomeriggio – solo un merlo stonato ma con la voce troppo acuta, che aveva rotto qualche servizio di cristallo troppo delicato, anche per le mani di una bambina.

E forse anche di questo e molto altro era all’oscuro.

ma il crimine organizzato come la legge di cui è sinonimo e fratello non ammette ignoranza, e quindi lui stava per morire, mentre nel suo pied-nud-a-terr-bruciat si apprestava ad immaionesare una fetta di pane secco ma non dorato.

La radio riversava depressione – paranoia tra le onde di note infrante, senza schiuma – ma lui non se ne curava. Era fatto cosi. Probabilmente neanche la morte lo avrebbe infastidito più di tanto. Certo, meglio se esplosiva e istantanea, o magari nel sonno, senza preavviso e troppi convenevoli, ma per il resto non aveva pretese.

Faccia a faccia con il frigo vuoto e dopo aver ispezionato come la serratura di una porta da cui senti mugolii il barattolo di maionese e aver trovato solo l’eco del suo sguardo decise di scendere alla drogheria in fondo a Half Avenue verso le 17 e trenta.

Chiusasi la porta alle spalle e appena svoltato l’angolo – la strada in secca per la chiusura dei negozi – una bomba carta da lettera indirizzata a suo nome atterra dolcemente dalla finestra sul retro sul tappeto del suo lettogiorno e dopo secondi fa un bel macello e troppe macerie per un posto così piccolo.

Ma lui neanche questo lo sapeva perchè stava pensando al cibo e ci stava andando, mentre Buongiorno Mezzanotte pensava di essersene liberato, di essersi preso la sua rivincita, perchè lo sapeva un solitario e uno che non usciva mai, e oltre a questo, non era uno che andava troppo a fondo nei suoi pensieri e nelle sue idée come ce ne sono tanti.

E Johnny tornato al portone dell’edificio prese atto del fatto e sapeva che doveva trovarsi un altro posto e tanto era un po’ che stava pensando di cambiare aria e così era pronto a partire, per nuove terre e per iniziare una nuova vita, anche se magari ci sarebbe voluto ancora del tempo o forse per sempre prima di potersi dire felice.

Categorie: racconti

PERFORMANCE

Luglio 9, 2007 · 1 Commento

di Sarah Parolin

 

Non è come me l’aspettavo. Stare sul palco con il microfono in mano. Ho avuto il tempo di entrare nello stanzone dei concerti giusto in tempo per il mio turno, ho attraversato la sala con i fischi degli amici e gli applausi d’incoraggiamento di chi non ho ancora conosciuto. Ho inventato una nuova perfomance e non ne ho parlato con nessuno. Dovrei leggere dal vivo, ad alta voce, secondo la scaletta. Ed è quello che farò, però non ho nulla da leggere propriamente, ho solo un mucchio di fogli bianchi che sfoglierò uno a uno con la testa china, e intanto microfono alla mano, leggerò nella mia testa quel che mi viene in mente. Questa sì che è avanguardia. Chissà quanto ci metteranno ad accorgersi che invento, che non leggo, che chiacchiero con lo specchio, che potrei andare avanti fino a che non ci sarà più nessuno in sala. E’ questa la mia idea, raccontare i fatti miei, alla mia maniera, fino a che non rimarrà più nessuno in sala, tenere banco per ore e ore, non fermarmi mai proprio mai. Il significato sta nella performance, nel mettersi a nudo con il raccontare che è un filtro perfetto che non fa perdere mai dignità. Dirò cose banali e stupide, frivole, inventate, false, farò dichiarazioni d’amore per il gusto di farle, mi gratterò la pancia, starò in silenzio guardando il pubblico, non mi lascerò distrarre dai commenti. Eccomi qui davanti, occhi sbarrati e schiena feroce d’entusiasmo falso. Entusiasmo falso! Dove sta la voglia di cambiare il mondo, signore e signori? Nei vostri cuori ermetici, bambini che non siete altro – gli direi questo alla manica di giovani freak che mi sta appollaiata intorno. Sfodero l’archivio degli inizi, che con qualcosa bisogna pure cominciare, e mi salta in mente un’immagine felice: Dario Fo alla palazzina liberty nel ‘69, che recita Mistero Buffo e si vede nelle inquadrature della Rai la madre di un mio amico versione trent’anni prima lì accovacciata in prima fila.

Che roba che era Milano – dico al pubblico – facendo finta di leggere per far contenta la socia con cui scrivo una rivista megera; a guardarvi mi viene in mente il filmato della Rai con Dario Fo che recita Mistero Buffo in palazzina liberty e si vede a un certo punto la madre di una persona che conosco lì accovacciata tra le file che guarda e guarda, giustamente.

Pausa. E adesso? Rossopane, così si chiama la rivista, vuole che in ogni fottuto gesto, in ogni parola vi sia una sincera comunicazione – questo predica Rossopane, e visto che un po’ l’inventata anch’io, un po’ ci credo, giusto? Penso questo mentre faccio finta di continuare a leggere il retro del primo foglio. Mi vien da ridere, rido. Cose a caso. Continuo, devo
Sapete, quel mio amico che ha la madre che è andata sulle videocassette della Rai, è un caro amico.Davvero una persona dolcissima, ci conosciamo da tanti anni e lui è strano, curioso, sfuggente a volte, e il rapporto che ci lega è altrettanto strano, curioso, sfuggente. A quanti di noi è capitato? Di incontrare qualcuno che ci passeresti le giornate intere per un paio di mesi e poi invece la vostra quotidianità si scioglie in una marmellata d’anni e più il tempo vi fa fisicamente distanti, più il vostro pensar quella persona si fa nitido, convinto, come se non potesse mai cambiare e ad un certo punto, quando magari la mamma vi chiede che fine ha fatto, voi cominciate a pensarlo come un “amico fidato”. Davvero una dolce sensazione. Ricordo che mia nonna mi disse che gli amici sono tanti: uno per ogni momento buono della giornata. Io mi fidai delle parole di mia nonna poiché lei era veggente, sul serio ragazzi, lei faceva volteggiare tavolini sotto i flussi di energie spirituali come fossero palle da pallacanestro sul dito di eroe nero, e diceva che non gli piaceva leggere le carte perché una volta un signore molto a modo le aveva chiesto di predirgli il futuro, e lei subito aveva fatto fischiare i tarocchi sul panno verde del bridge, e appena scorto, quasi con un occhio solo, il nero futuro del signore in questione era svenuta per lo spavento. Il peggio non fu lo svenimento a quanto mi disse la nonna, ma il dover dare spiegazioni all’uomo che si ritrovò chino su di lei con tanto di pezzuole caccia sali; aveva visto la morte imminente della moglie, e guardandolo negli occhi mia nonna scelse per la prima volta in vita sua di mentire. E mentì. Da quel giorno in avanti la mia famiglia è famosa per le bugie, colossali e clamorose come solo noi sappiam fare. Falso, sto scherzanndo. Solo io mento in famiglia, e mi sa che anche la nonna disse solo quella bugia che in realtà era una verità nascosta, non una vera bugia, e poi smise. Smise anche di leggere le carte, mentre di far volare i tavoli non smise mai, addirittura quando era malata si addormentava con la febbre e noi ci si svegliava tutti perchè il comò delle medicine oscillando nell’aere faceva cadere tutto. Come vi dicevo solo io ho preso il gene della menzogna. Non che il resto del parentame sia santo e sincero, ma io assicuro una sorta di patologia.

Il pubblico lo vedo contento, che la mimica fa sempre bene. Sento un energia che mi spinge a continuare, convinta che sia per bene mio e del mio pubblico. Questa lettura dal vivo è falsa! E’ spogliata d’ogni spartito e non è da confondere con il flusso di coscienza perché non racconto ciò che penso! Ma una storia, una storia che nasce dalle mie personali porte di comunicazione con il mondo, che è il libero associare delle idee che però parte senza un interlocutore, come se dovessi fare addormentare dei bambini scalmanati, come se dovessi davvero fare capire chi sono io. Perché io sono i miei salti di fantasia, da una cosa all’altra, spesso incontrollati, che però se provo a cantarli ne esce un’emozione come non mai, che sarò sincera stavolta, e l’entusiasmo che sentirete riguardo a mia nonna è il più vero, che la devozione per il mio amico è la più vera, e via di seguito come se al posto di presentarmi a tutti voi facessi un salto indietro a cambiassi ogni registro di tempi e luoghi, e lasciassi andare Umore, Passato e Fantasia insieme. E’ quel che voglio che gli altri vedano, e ciò che voglio veder negli altri: Umore, Passato e Fantasia. Umore per la pelle, per la sensazione, per la condivisione; Passato per la formazione, gli odori, le espressioni; Fantasia per i desideri, la crescita, la motivazione. Ascolto questo pensiero mentre la mia voce si spegne sulla parola “patologia”. Alzo gli occhi dal foglio, ho in un lampo abbandonato il ritmo della narrazione. Il pubblico è stranito? Dubbioso? Distratto? Divertito? Cerco gli occhi di qualcuno che conosco, passo falso, ritorno sui miei fogli bianchi. Forte del mio pensiero, tiro un buon respiro, cerco di ricordare gli ultimi passaggi del mio monologo.

Dire le bugie l’ho sempre trovato un dono, a dispetto di quanto mi han sempre detto. Ti permette di inventare qualcosa che senza la tua bugia non sarebbe esistito, ricavi nell’immaginario di chi ti ascolta una nicchia virtuale in cui racchiudi una bomba. Ah! A volte da una gioia immensa, so bene che è immorale. Ma sì, poi ho smesso di dir bugie. Quando ti affezioni smetti di dire bugie perché non le vorresti sentire. O perché non c’è più bisogno di bugie e la realtà diventa una notte chiusi in un supermercato con gli amichetti, o meglio, una notte chiusi all’Ikea. Fantastica, sognante, circense, la vita che vale la pena d’essere vissuta senza bugie. La volta che raccontai a mia madre d’aver mangiato il prosciutto al posto del pesce lesso come tutti gli altri bambini, venni punita in un qualche modo terribile che ora non ricordo ma sicuramente funzionò perché fu la volta che imparai a elaborare menzogne insgamabili, a prova di qualunque cavillo o errore. La volta in questione succedette che la mensa della scuola materna ci propinò del pesce avariato e tutti i bambini tornati a casa non guardarono i cartoni ma finirono all’ospedale; tutti tranne me. Io avevo buttato il pesce senza che maestra mi vedesse, e via, fuori a correre gioiosa! Tornata a casa dissi di avere la pancia che scoppiava e che praticamente avevo mangiato il prosciutto di tutto l’asilo. Mica vero. Ma mi andava di dire così. La mamma chiacchierona era tutta orgogliosa la mattina dopo, e con le altre mamme chiacchierone che avevano il figliolo avvelenato, si inorgogliva della figlia scegli-prosciutti. Menzogna! In breve venne fuori che non c’era la possibilità che io il giorno prima avessi mangiato carnina o chissà cosa, e lì mamma si arrabbiò. Più perché le avevo fatto fare una brutta figura che per la cosa in sè, credo. E bé, si infuriò e da lì prima di dire una bugia ci pensavo qualche secondo di più, oppure se non avevo tempo di pensarci prima di dirla, allora la dicevo e poi investivo tutte le mie energie nel fare sì che la nuova verità s’avverasse. Addirittura una volta mi inventai un viaggio, e poi mi misi a scrivere il diario di questo viaggio così potevo tenere a mente gli aneddoti raccontati e creare una storia che funzionasse, ho tenuto in piedi questa storia del viaggio fino a pochi anni fa, non vi rivelo di che viaggio si tratta perché ancora qualcuno non sa la verità. A pensarci bene mi sono inventata le cose più turpi…

Il palco ormai mi sta addosso come uno dei miei cappelli: floscio e nero, perfetto. Giro i fogli vuoti uno a uno con accuratezza e mi pare sia più di un’ora che non alzo gli occhi sul pubblico. Questa è avanguardia, mi ripeto. Chissà se qualcuno là in mezzo sentendomi raccontare si è fatto una risata, si è intimidito, si è stufato a morte. Chissà quanti si sono accorti che non c’è nulla di scritto, che non c’è né un inizio ne una fine. Ho scelto questa storia perché siamo costretti nelle nostre conversazioni e perché sarei davvero curiosa che a salire su questo palco uno a uno fosse ogni presente in questa stanza. Che ci si lasciasse andare a inventare una parola scritta; che si pensasse-raccontato per intrattenere ma anche per far conoscere, per liberare quell’ingenuità che a volte ci vorrebbe a una cena tra amici sapientoni, in una conversazione musicale, a un vernissage impegnato, sul tram. Ed è tanto raro! E ne ho così tanta voglia che mi è parso inutile prendere una storia e leggerla davvero qui sopra. Prendere una storia e leggerla, o prendere una poesia e leggerla, o far un numero qui sopra, significa decidere che il tempo della creazione non è il tempo della recitazione. A me non garba, non stasera. Stasera chi è sul palco, sul pozzo, sul prato con tutti voi attorno, assiste alla creazione immediata, e fruisce prima di tutto sotto forma di imbarazzo veritiero la mia presenza tra voi, e magari, se siamo fortunati, capirà che per me è l’unico modo questo di fare parte del mondo davvero: cercando di condividere quel che son diventata.

Mi sono inventata le cose più turpi…. – l’ho sussurrato. E poi ho guardato in silenzio il foglio bianco. E’ come se avessi stampati in testa i puntini di sospensione che incorniciano le parole. Mi immagino sulla faccia un’espressione divertita ma ancora con la testa bassa, e con una mano mostro entrambe le facciate della mia falsa sceneggiatura al pubblico. Ancora i puntini di sospensione invadono la stanza, sento il silenzio fortissimo. Mostro il primo foglio, poi il secondo, poi mi alzo e lascio cadere a terra tutto il mucchio. C’è attenzione. Non ce l’ho fatta a continuare a oltranza: non un’artista, faccio piccole riflessioni.

Dico al pubblico: Ecco, bene. Questa è una storia scritta e letta nello stesso momento. E’ una storia che racconta di me e di come passo da un’idea all’altra, e di tutto e di niente, ma io sono lì dentro a quegli aneddoti che mi son venuti in mente cercando di divertirvi. Ecco, spero che sia stato bello, spero che abbia funzionato, che abbiate ascoltato con curiosità e abbiate colto un po’ del significato che ho voluto dare a questo esperimento. Grazie mille, se volete posso continuare.

Categorie: racconti

GRAZIE

Luglio 7, 2007 · 9 Commenti

rossopane cresce.

vogliamo ringraziare per la collaborazione, il supporto, la partecipazione, il divertimento, le critiche, le prese in giro, i vaffanculo, gli entusiasmi. Rossopane non ha uno staff ma una comunità di persone roteanti e disposte, ecco nell’ordine che la memoria permette tutte le persone che fino ad ora hanno attivamente colorato le pagine di questa strana storia.

francesca, marta, alberica, molli, buvolo (ora partente anche lei, London loves!), giulia, nura “la beduina” (mano magica di questo numero), donatella, giulia vergottini, daria, filippo, andrej, andy osula “il negro”, annachiara, oliver carmi, guido smider, simone monk, bruce, johnny, i ragazzi alle video proiezioni, raffaele, il bunny cool rula dj, giulio, clod, sofia, pillo, la ragazza delle improvvisazioni teatrali, ivan, tutti i 90/91 youth connection, vitto, cecilia, tutti i Madagascar, pilo e daris, andrea, andrea per i consigli tecnici, anna, franco, maurizio il fonico, davide e tutta la Piacenza che ci piace, stefano, dome, flavia, l’Associazione Colore e il Paolo Pini, Rita della stampa (ha stregato un po’ tutte), il dott. Tonelli!, gli autisti dei gruppi, chi ha messo la macchina per raggiungerci, chi ha guidato ubriaco ed è tornato a casa sano e salvo, il bassista che a un certo punto è salito sul palco, chi ha cantato “cara ti amo” (sia la fila di uomini che l’unica donna in grado di rispondere), irene!, tutti i presenti in veste d’ospiti, tutti quelli che hanno letto rossopane, tutti quelli che non ci hanno un cazzo di voglia di aprirlo ma l’han portato a casa, chi gli ha fatto cagare rossopane e lo dice e magari manda un articolo che cambia tutto, chi si è svegliato la mattina dopo con la voglia di tornare sul palco, chi ha collaborato alla stesura del manifesto (a partire da Piazza Mercanti), chi ha percepito che si può fare, chi a settembre farà, tutti quelli che hanno spedito articoli, e hanno fatto nascere interesse, i piccioni viaggiatori e le zanzare che hanno vinto il cointreau al gioco del limone.

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5 LUGLIO vernice per il #0 del rossopane magazine

Luglio 3, 2007 · 2 Commenti

libellula grande

ESCE IL #0

siamo una rivista, già.

E il 5 LUGLIO pubblichiamo il primo numero.

Presentiamo in grande stile il lavoro di ormai un anno e mezzo in

CASCINA MONCUCCO

via Moncucco 29

a partire dalle h. 20.00

per ora sicuramente sul palco:

IORI’S EYES www.myspace.com/ioriseyes

SMIDER&MONK http://it.qoob.tv/audio/clip_view.asp?id=8859

si richiede alta partecipazione,

rossopane

flyer nura 5 luglio

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E sono una donna anch’io

Luglio 1, 2007 · 15 Commenti

E ho scoperto che sono una donna anch’io, e non l’angioletto puro e  senza macchia come mi hanno sempre dipinta, come mi hanno sempre voluta, come mi sono sempre sentita….per la stupida e frustrante moralità cattolica, che, seppur in buona fede, mia mamma mi ha sempre impartito, da quando, avevo cinque anni, mi disse “Promettimi che arriverai vergine al matrimonio”….ma già allora sentivo quello spirito di protesta che mi ha sempre accompagnata, dapprima velato, poi sempre più forte, e sempre più forte e lacerante il conflitto tra ribellione e senso di colpa, colpa di non essere sempre quella “come tu mi vuoi”, di non essere la ragazzina candida e asessuata, che non pensa altro che allo studio….e a 15 anni il primo bacio, e ancora senso di colpa….un sms a Paola, la mia amica più cara della mia adolescenza”Paolina, sono una zoccola?!”…zoccola e impura per aver baciato il ragazzo che adoravo da 5 mesi, il primo amore, la prima sbandata, la prima ferita….

E poi a 19 anni Jacopo, e il dolore di non averci fatto l’amore e averlo poi lasciato….e la convinzione che forse le cose sarebbero state diverse se avessi condiviso anche l’amore fisico con lui, che forse non l’avrei allontanato da me, che forse ho perso il mio amore, l’amore della vita, forse……ma poi tutto passa e anche Jacopo, strano, sbroccato, sofferente e dolente, un albatros baudelairiano come me, passa, e ti rendi conto che non esiste un’anima gemella, ma forse ne esistono tante…..e tu…no, tu non sei la mia anima gemella, e la verità è che non ci voglio pensare….tu sei il ragazzo che voglio baciare “in piedi, contro le porte della notte….per fare rabbia ai passanti, per fare rabbia, disprezzo, invidia, riso”…..perchè voglio solo prenderti e baciarti, passionale come non ho mai avuto il coraggio di essere, perché non sono puro spirito, ma anche carne e sangue, e arterie pulsanti e piene di entusiasmo, di desiderio, perché sono anch’io un “Cuerpo de muher”, perché mi sto strappando di dosso la mia veste di perbenismo e buona educazione, perché 21 anni sono troppi per sentirti dire da mamma e nonna che “vestita così”                  -abitino soprail ginocchio con leggera scollatura, pudicamente ridimensionata da una spilla- “sembri una poco di buono, e non ti stupire se tornando a casa dall’università ti succede qualcosa di brutto” e ancora che “se fumi per strada, dammi retta, sembri una puttana”.

Sono uno dei Prigioni di Michelangelo e sto lottando, e mi dibatto per sgusciare fuori da quella maledetta pietra, quella prigione di ipocrisia, quel vortice di sensi di colpa…..

E per la prima volta ho solo voglia di un bacio lungo e sensuale, ho voglia di sentire il tuo respiro che cresce, mentre con gli occhi chiusi sei disteso tra le mie braccia, e per la prima volta posso GRIDAREEEEE che sono attratta non solo dalla tua testa, ma anche dal tuo essere uomo, anche dalla tua pelle sulla mia, nella luce soffusa delle 5 di mattina…

Ed è così strano e nuovo sentire che ti voglio tutto, nella tua interezza, e quando ti penso, non mi sovviene solo il nostro primo discorso serio seduti nella paglia della cascina, quando ho capito di volerti, certo, anche quello, certo la tua capacità ci accogliere, comprendere, la tua dolcezza nel viso di bambino pasticcione….ma c’è anche tanto altro, di meno spirituale eppure così bello e vitale, penso al tuo modo di prendermi e baciarmi, alle tue mani curiose tra le pieghe della stoffa, che hanno ben poco di candido e puro…..e per una volta al diavolo i discorsi sull’amore ideale e idealizzato, quelli lasciamoli al buon vecchio Petrarca, non voglio mica scrivere un atto secondo del “De rerum vulgaria fragmenta”, io voglio solo VIVERE…..da, dayadhvam, damyata……

 

 

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