di Sarah Parolin
Non è come me l’aspettavo. Stare sul palco con il microfono in mano. Ho avuto il tempo di entrare nello stanzone dei concerti giusto in tempo per il mio turno, ho attraversato la sala con i fischi degli amici e gli applausi d’incoraggiamento di chi non ho ancora conosciuto. Ho inventato una nuova perfomance e non ne ho parlato con nessuno. Dovrei leggere dal vivo, ad alta voce, secondo la scaletta. Ed è quello che farò, però non ho nulla da leggere propriamente, ho solo un mucchio di fogli bianchi che sfoglierò uno a uno con la testa china, e intanto microfono alla mano, leggerò nella mia testa quel che mi viene in mente. Questa sì che è avanguardia. Chissà quanto ci metteranno ad accorgersi che invento, che non leggo, che chiacchiero con lo specchio, che potrei andare avanti fino a che non ci sarà più nessuno in sala. E’ questa la mia idea, raccontare i fatti miei, alla mia maniera, fino a che non rimarrà più nessuno in sala, tenere banco per ore e ore, non fermarmi mai proprio mai. Il significato sta nella performance, nel mettersi a nudo con il raccontare che è un filtro perfetto che non fa perdere mai dignità. Dirò cose banali e stupide, frivole, inventate, false, farò dichiarazioni d’amore per il gusto di farle, mi gratterò la pancia, starò in silenzio guardando il pubblico, non mi lascerò distrarre dai commenti. Eccomi qui davanti, occhi sbarrati e schiena feroce d’entusiasmo falso. Entusiasmo falso! Dove sta la voglia di cambiare il mondo, signore e signori? Nei vostri cuori ermetici, bambini che non siete altro – gli direi questo alla manica di giovani freak che mi sta appollaiata intorno. Sfodero l’archivio degli inizi, che con qualcosa bisogna pure cominciare, e mi salta in mente un’immagine felice: Dario Fo alla palazzina liberty nel ‘69, che recita Mistero Buffo e si vede nelle inquadrature della Rai la madre di un mio amico versione trent’anni prima lì accovacciata in prima fila.
Che roba che era Milano – dico al pubblico – facendo finta di leggere per far contenta la socia con cui scrivo una rivista megera; a guardarvi mi viene in mente il filmato della Rai con Dario Fo che recita Mistero Buffo in palazzina liberty e si vede a un certo punto la madre di una persona che conosco lì accovacciata tra le file che guarda e guarda, giustamente.
Pausa. E adesso? Rossopane, così si chiama la rivista, vuole che in ogni fottuto gesto, in ogni parola vi sia una sincera comunicazione – questo predica Rossopane, e visto che un po’ l’inventata anch’io, un po’ ci credo, giusto? Penso questo mentre faccio finta di continuare a leggere il retro del primo foglio. Mi vien da ridere, rido. Cose a caso. Continuo, devo
Sapete, quel mio amico che ha la madre che è andata sulle videocassette della Rai, è un caro amico.Davvero una persona dolcissima, ci conosciamo da tanti anni e lui è strano, curioso, sfuggente a volte, e il rapporto che ci lega è altrettanto strano, curioso, sfuggente. A quanti di noi è capitato? Di incontrare qualcuno che ci passeresti le giornate intere per un paio di mesi e poi invece la vostra quotidianità si scioglie in una marmellata d’anni e più il tempo vi fa fisicamente distanti, più il vostro pensar quella persona si fa nitido, convinto, come se non potesse mai cambiare e ad un certo punto, quando magari la mamma vi chiede che fine ha fatto, voi cominciate a pensarlo come un “amico fidato”. Davvero una dolce sensazione. Ricordo che mia nonna mi disse che gli amici sono tanti: uno per ogni momento buono della giornata. Io mi fidai delle parole di mia nonna poiché lei era veggente, sul serio ragazzi, lei faceva volteggiare tavolini sotto i flussi di energie spirituali come fossero palle da pallacanestro sul dito di eroe nero, e diceva che non gli piaceva leggere le carte perché una volta un signore molto a modo le aveva chiesto di predirgli il futuro, e lei subito aveva fatto fischiare i tarocchi sul panno verde del bridge, e appena scorto, quasi con un occhio solo, il nero futuro del signore in questione era svenuta per lo spavento. Il peggio non fu lo svenimento a quanto mi disse la nonna, ma il dover dare spiegazioni all’uomo che si ritrovò chino su di lei con tanto di pezzuole caccia sali; aveva visto la morte imminente della moglie, e guardandolo negli occhi mia nonna scelse per la prima volta in vita sua di mentire. E mentì. Da quel giorno in avanti la mia famiglia è famosa per le bugie, colossali e clamorose come solo noi sappiam fare. Falso, sto scherzanndo. Solo io mento in famiglia, e mi sa che anche la nonna disse solo quella bugia che in realtà era una verità nascosta, non una vera bugia, e poi smise. Smise anche di leggere le carte, mentre di far volare i tavoli non smise mai, addirittura quando era malata si addormentava con la febbre e noi ci si svegliava tutti perchè il comò delle medicine oscillando nell’aere faceva cadere tutto. Come vi dicevo solo io ho preso il gene della menzogna. Non che il resto del parentame sia santo e sincero, ma io assicuro una sorta di patologia.
Il pubblico lo vedo contento, che la mimica fa sempre bene. Sento un energia che mi spinge a continuare, convinta che sia per bene mio e del mio pubblico. Questa lettura dal vivo è falsa! E’ spogliata d’ogni spartito e non è da confondere con il flusso di coscienza perché non racconto ciò che penso! Ma una storia, una storia che nasce dalle mie personali porte di comunicazione con il mondo, che è il libero associare delle idee che però parte senza un interlocutore, come se dovessi fare addormentare dei bambini scalmanati, come se dovessi davvero fare capire chi sono io. Perché io sono i miei salti di fantasia, da una cosa all’altra, spesso incontrollati, che però se provo a cantarli ne esce un’emozione come non mai, che sarò sincera stavolta, e l’entusiasmo che sentirete riguardo a mia nonna è il più vero, che la devozione per il mio amico è la più vera, e via di seguito come se al posto di presentarmi a tutti voi facessi un salto indietro a cambiassi ogni registro di tempi e luoghi, e lasciassi andare Umore, Passato e Fantasia insieme. E’ quel che voglio che gli altri vedano, e ciò che voglio veder negli altri: Umore, Passato e Fantasia. Umore per la pelle, per la sensazione, per la condivisione; Passato per la formazione, gli odori, le espressioni; Fantasia per i desideri, la crescita, la motivazione. Ascolto questo pensiero mentre la mia voce si spegne sulla parola “patologia”. Alzo gli occhi dal foglio, ho in un lampo abbandonato il ritmo della narrazione. Il pubblico è stranito? Dubbioso? Distratto? Divertito? Cerco gli occhi di qualcuno che conosco, passo falso, ritorno sui miei fogli bianchi. Forte del mio pensiero, tiro un buon respiro, cerco di ricordare gli ultimi passaggi del mio monologo.
Dire le bugie l’ho sempre trovato un dono, a dispetto di quanto mi han sempre detto. Ti permette di inventare qualcosa che senza la tua bugia non sarebbe esistito, ricavi nell’immaginario di chi ti ascolta una nicchia virtuale in cui racchiudi una bomba. Ah! A volte da una gioia immensa, so bene che è immorale. Ma sì, poi ho smesso di dir bugie. Quando ti affezioni smetti di dire bugie perché non le vorresti sentire. O perché non c’è più bisogno di bugie e la realtà diventa una notte chiusi in un supermercato con gli amichetti, o meglio, una notte chiusi all’Ikea. Fantastica, sognante, circense, la vita che vale la pena d’essere vissuta senza bugie. La volta che raccontai a mia madre d’aver mangiato il prosciutto al posto del pesce lesso come tutti gli altri bambini, venni punita in un qualche modo terribile che ora non ricordo ma sicuramente funzionò perché fu la volta che imparai a elaborare menzogne insgamabili, a prova di qualunque cavillo o errore. La volta in questione succedette che la mensa della scuola materna ci propinò del pesce avariato e tutti i bambini tornati a casa non guardarono i cartoni ma finirono all’ospedale; tutti tranne me. Io avevo buttato il pesce senza che maestra mi vedesse, e via, fuori a correre gioiosa! Tornata a casa dissi di avere la pancia che scoppiava e che praticamente avevo mangiato il prosciutto di tutto l’asilo. Mica vero. Ma mi andava di dire così. La mamma chiacchierona era tutta orgogliosa la mattina dopo, e con le altre mamme chiacchierone che avevano il figliolo avvelenato, si inorgogliva della figlia scegli-prosciutti. Menzogna! In breve venne fuori che non c’era la possibilità che io il giorno prima avessi mangiato carnina o chissà cosa, e lì mamma si arrabbiò. Più perché le avevo fatto fare una brutta figura che per la cosa in sè, credo. E bé, si infuriò e da lì prima di dire una bugia ci pensavo qualche secondo di più, oppure se non avevo tempo di pensarci prima di dirla, allora la dicevo e poi investivo tutte le mie energie nel fare sì che la nuova verità s’avverasse. Addirittura una volta mi inventai un viaggio, e poi mi misi a scrivere il diario di questo viaggio così potevo tenere a mente gli aneddoti raccontati e creare una storia che funzionasse, ho tenuto in piedi questa storia del viaggio fino a pochi anni fa, non vi rivelo di che viaggio si tratta perché ancora qualcuno non sa la verità. A pensarci bene mi sono inventata le cose più turpi…
Il palco ormai mi sta addosso come uno dei miei cappelli: floscio e nero, perfetto. Giro i fogli vuoti uno a uno con accuratezza e mi pare sia più di un’ora che non alzo gli occhi sul pubblico. Questa è avanguardia, mi ripeto. Chissà se qualcuno là in mezzo sentendomi raccontare si è fatto una risata, si è intimidito, si è stufato a morte. Chissà quanti si sono accorti che non c’è nulla di scritto, che non c’è né un inizio ne una fine. Ho scelto questa storia perché siamo costretti nelle nostre conversazioni e perché sarei davvero curiosa che a salire su questo palco uno a uno fosse ogni presente in questa stanza. Che ci si lasciasse andare a inventare una parola scritta; che si pensasse-raccontato per intrattenere ma anche per far conoscere, per liberare quell’ingenuità che a volte ci vorrebbe a una cena tra amici sapientoni, in una conversazione musicale, a un vernissage impegnato, sul tram. Ed è tanto raro! E ne ho così tanta voglia che mi è parso inutile prendere una storia e leggerla davvero qui sopra. Prendere una storia e leggerla, o prendere una poesia e leggerla, o far un numero qui sopra, significa decidere che il tempo della creazione non è il tempo della recitazione. A me non garba, non stasera. Stasera chi è sul palco, sul pozzo, sul prato con tutti voi attorno, assiste alla creazione immediata, e fruisce prima di tutto sotto forma di imbarazzo veritiero la mia presenza tra voi, e magari, se siamo fortunati, capirà che per me è l’unico modo questo di fare parte del mondo davvero: cercando di condividere quel che son diventata.
Mi sono inventata le cose più turpi…. – l’ho sussurrato. E poi ho guardato in silenzio il foglio bianco. E’ come se avessi stampati in testa i puntini di sospensione che incorniciano le parole. Mi immagino sulla faccia un’espressione divertita ma ancora con la testa bassa, e con una mano mostro entrambe le facciate della mia falsa sceneggiatura al pubblico. Ancora i puntini di sospensione invadono la stanza, sento il silenzio fortissimo. Mostro il primo foglio, poi il secondo, poi mi alzo e lascio cadere a terra tutto il mucchio. C’è attenzione. Non ce l’ho fatta a continuare a oltranza: non un’artista, faccio piccole riflessioni.
Dico al pubblico: Ecco, bene. Questa è una storia scritta e letta nello stesso momento. E’ una storia che racconta di me e di come passo da un’idea all’altra, e di tutto e di niente, ma io sono lì dentro a quegli aneddoti che mi son venuti in mente cercando di divertirvi. Ecco, spero che sia stato bello, spero che abbia funzionato, che abbiate ascoltato con curiosità e abbiate colto un po’ del significato che ho voluto dare a questo esperimento. Grazie mille, se volete posso continuare.