ROSSOPANE

Post da Giugno 2007

Qualocosa Si Muove Nelle Viscere

Giugno 24, 2007 · Lascia un Commento

E’ notte: qualcosa si smuove nelle viscere. Qualcosa, dalle viscere, sguscia e se ne va in giro tra i fili dell’alta tensione, tra le foglie degli alberi, saltellando da un tetto all’altro alla ricerca della sua stella. 

Nel buio, senza più paura, il demone assetato di vita rincorre ciò che il cervello ha partorito alla luce del giorno e che i raggi del sole hanno trasportato in giro per il mondo disgregando, dilatando. E’una creatura della notte schiava di una malinconia di cui è follemente innamorata.

La notte rallenta il tempo, il suo silenzio acuisce ogni dettaglio e permette l’analisi. La luce non è più il luogo dell’evidenza e della chiarezza.. la frenesia e la velocità che in essa albergano hanno rimosso l’attenzione e tutto scorre senza ascoltare più nulla.

Il demone delle viscere si sveglia quando compaiono le prime luci del cielo e il sole se ne va arrossendo, mentre lui si stiracchia. Il demone attende.. a poco a poco tutto rallenta, i rumori si sciolgono tra gli odori di cibo e la danza delle posate.   Il buio è il segnale: ora può cominciare. Si solleva leggero e comicia la sua ronda notturna, carico di energia e svuotato d’immagine. Come Cenerentola allo scoccar della mezzanotte fa rientro nel suo nascondiglio segreto, con la paura di un gargoyle di essere pietrificato dal sole e di essere reso palese e vulnerabile alla velocità distratta di chi lo potrebbe annientare.

Ritorna spugna imbevuta….. Che cosa ha visto il demone delle viscere?

Buvolo

Categorie: racconti

QUALCOSA è CAMBIATO

Giugno 13, 2007 · 3 Commenti

 

Il grande salone vuoto. Scatoloni qua e là, pile di libri sparse per il pavimento.

Lei è sdraiata a terra, si stringe le caviglie tra le mani e

coi suoi grandi occhi verdi spalancati fissa la crepa che riga il soffitto.

 

Tra poco torneranno le bambine, voglio finire prima che siano a casa.

Voglio che abbiano il salotto a disposizione per i loro giochi. Non devono

sentire la fatica del trasloco, voglio fare in modo che il cambiamento

non le disturbi troppo, non più di quanto toccherà loro subire.

Sarà dura farle adattare, dovranno portare pazienza.

Ma io confido in loro, sanno essere forti le mie bambine, quando vogliono.

Oggi Cecilia non voleva entrare in piscina

senza di me, quando vede il maestro prima si

imbarazza, ma poi, appena lui le dà corda, non c’è verso di schiodarla e non la smette più di tuffarsi ridacchiando come una scema. Mi diverto tanto a prenderla in giro, a dirle che

mi sono accorta che il maestro Michele un po’ le piace. Allora lei volta il

faccino, fa l’indispettita, non mi rivolge più la parola. Mai toccare i tasti dolenti

della signorina, per carità. D’altra parte lei è la principessa, la principessina

bella e capricciosa del suo papà. Venerdì porterò la piccola, con lei è diverso.

Mi immergo nell’acqua fredda tenendola ben stretta alla pancia , sfioro le sue braccine

morbide e cicciotte e poi la lascio galleggiare nel salvagente a forma di papera.

E’ seria e coraggiosa, quando la lascio senza braccioli beve un po’ ma non fa una piega.

Vuole assolutamente imparare, non si fa demoralizzare da niente se quello è il suo obiettivo.

Si è proprio meritata il materassino a foca che le ho comprato, non vedo l’ora di

vederla scivolare mentre si aggrappa alle maniglie di plastica.

Se fosse per me glielo darei anche oggi, ma devo cucirmi per bene la bocca e non cedere alla tentazione. Voglio che  venerdì se lo veda lì davanti, già pronto, che l’aspetta in piscina quando lei

esce dallo spogliatoio, pensando di trovare la solita papera. Chissà che faccia farà

quando le dirò che è tutto per lei.

Si sta facendo tardi, ma io non riesco ad alzarmi.

Sono stanca, stanca di questo lavoraccio. Non c’è nessuno che mi dà una mano.

Fa caldo, non si respira e tutto entro domani dovrà esser pronto.

Da domani, un’altra casa, un’altra zona, un’altra scuola per le bambine.

Più ci penso, più mi fa fatica muovere anche solo un dito.

Chissà. Mi faccio un altro sorso di vino, almeno mi tiro un po’su .

Forse mi verrà ancora più caldo, ma non importa, tanto ormai sono tutta sudata.

Tutto entro domani. E io sono qui sola, immobile, inchiodata  per terra.

Il mio armadio delle vecchie cose è ancora lì, tutto da svuotare,  pieno di cianfrusaglie ammassate. E’ una vita che non lo apro, non oso immaginare che polvere ne verrà fuori, mi vien la nausea solo a pensarci.. Eccolo, dritto di fronte

a me, sembra che questo alito di vento sia soffiato apposta per aprire la porta e farlo

apparire: bello, grande e pronto per esser ripulito. Quel maledetto armadio, dovrei essere felice di liberarmi di tutti quei relitti.

Invece no, qualcosa mi blocca. Qualcosa mi impedisce di guardarci dentro.

Mi gira la testa, non dovevo rialzarmi così di scatto. Un altro sorso.

Merda, tutto per terra. Ma come avevo fatto a riempirlo così tanto?

Quante foto..Dio mio. Il matrimonio. Come era magro Paolo, mi sembra di non averlo mai visto così in forma, pensare che sono passati solo cinque anni. Ride con suo

fratello, lo prende in giro, come al solito. I denti bianchi, le fossette ai margini della

bocca e la testa lievemente reclinata all’indietro.

Dov’è finito quel sorriso? Chi glielo ha tolto?

Ero pazza di lui, per dieci anni di fidanzamento sono trasalita all’ombra di quel sorriso.

E ancora adesso mi emoziono, davanti all’espressione di un ragazzo che non conosco più.

Perché quel ragazzo non c’è più. E se c’è, io non lo conosco.

Cosa resta di questo sguardo intelligente, di questo corpo snello che porta con disinvoltura l’abito scuro? Non saprei.

Sono stata io con la vita che gli ho chiesto di fare con me? Non potrei mai perdonarmelo.

Non potrei mai perdonare a ma stessa di essermi privata della parte più splendida del mio uomo. Sono stata sbadata , noncurante, ho lasciato che tutto succedesse da sè, senza che io mio accorgessi di nulla. Un altro goccio ancora.

La solita ragazzina ingenua, leggera, che prende le cose come capitano, senza chiedersi mai niente. Ma poi piagnucola, si lamenta. Non sono cambiata di una virgola.

Stupida.  

.  

Se non avessi in mano questa fotografia non potrei credere che sia successo davvero.

Mi sembrano immagini di un sogno, o di un film visto anni fa e caduto nel dimenticatoio.

Scene di una vicenda cui ricordo di aver assistito, di aver guardato stando in disparte.

E io, io c’ero? Eccomi, mentre sollevo il vestito

bianco in mezzo a un folla di persone eleganti.

I capelli lucenti raccolti nello chignon, la pelle chiara, le spalle nude e ben

disegnate che escono dal corpetto di taffettà. Quel corpo non è più il mio.

Mi sento scoppiare dentro a questi maledetti pantaloni e il seno mi arriva all’ombelico.

Che schifo! Tutto ha ceduto nel giro di  due gravidanze.

Ho chiesto a Paolo di pagarmi l’operazione, voglio tirarmi su il sedere. Lui ha risposto come risponde a tutto: “ne riparleremo”. Avrei anche potuto chiedergli se voleva il pesce o la carne per cena e la risposta sarebbe stata la stessa.

Mio marito non è uno da decisioni affrettate, non prende niente sottogamba, ha bisogno di tempo per ponderare le sue scelte.

La cosa divertente è che all’inizio ci credevo sul serio: scambiavo  la sua totale indifferenza nei miei confronti per un eccesso di zelo, ogni suo “ne riparleremo” significava  per me una decisione

Fondamentale, tanto che anche io avevo iniziato a prendere tutto sul serio. Povera cretina.

La bottiglia sta per finire. 

Non mi importa se la chirurgia estetica è roba per donnette  patetiche disposte a diventar di

plastica pur di sembrare quello che non sono più.

A parlare così sono quelle che si vergognano ad ammettere

di avere bisogno di esser ancora belle, quelle che voglion far credere di affidarsi solo alla loro esperienza di donne vissute, di non curarsi dell’aspetto. Si fingono fiere delle rughe e delle tette cadenti.

Io non sono così.  A me fa ribrezzo questo sedere

sformato.  Aspetto solo che qualcuno ci metta mano: è questione di dare un paio di tagli e cucire due punti e il mio fondoschiena potrà tornare ad avere un aspetto dignitoso.   .

Quando sfilavo ero perfetta, non c’era un angolo del mio corpo fuori posto.

Se fossi stata meno vanitosa adesso forse non ne farei una malattia.

Dovevo essere terribile a vent’anni, così fiera di essere bella.

Non facevo che coltivare il mio bel corpicino da silhouette, con una perizia maniacale.

Non avrei mai potuto sopportare di perdere un colpo, c’era troppo godimento nell’esser sempre

scrutata, inseguita e corteggiata. A cosa è servita tutta la mia vanità? Avrei potuto inventarmi qualcosa, o studiare forse. Si, adesso non sarei

sdraiata su un parquet, mezza ubriaca, nel pieno di un trasloco.

Dove mi ha portato quella pelle di pesca che ora si sta riempiendo di rughe?

Per poi scegliere tra tutti l’uomo più difficile,il meno interessato a me e al mio musino da gatta.

Sarà stato proprio questo, forse, a farmi perdere la testa.

Le foto della Croazia: Io lui e Elena sulla spiaggia.

Io lo guardo e lui guarda il mare.  E’ sempre stato così tra di noi.

Il mio orizzonte si chiude su di lui,  il suo inizia dove il mio finisce.

Mi sono sempre chiesta cosa pensasse . Ho come l’impressione

che nel suo cervello passino continuamente pensieri che lo impegnano molto, pensieri che gli danno gioie noie e paure, che lo preoccupano e lo entusiasmano , ma di cui  non sono mai stata messa

al corrente. Forse avrei dovuto dirglielo, ma sarebbe stato troppo umiliante.

E’ di questi pensieri che sono gelosa, non delle donne. Di quei lampi nei suoi occhi che non riesco a interpretare, che lo colgono all’improvviso, anche quando siamo soli. Povero caro, lui cerca di nasconderli,  finge di esser presente alla situazione. Ma non c’è niente da fare, sono tanto evidenti che non posso non notarli.

Cazzo, sono le quattro,  mezz’ora e le bimbe saranno di ritorno, e qua c’è più confusione di prima.

Tanto vale che mi faccia fuori l’ultimo sorso e mi metta sotto.

Non c’è tempo di riordinare, mi conviene buttare via tutto.

Questa roba non serve più a niente, soltanto a farmi venire brutti pensieri.

Meglio usare l’armadio per i giochi delle bambine, la casa nuova è più piccola, non saprei dove

farli stare. E’ stato più semplice di quanto pensassi. Che liberazione.

Meglio che vada in cucina adesso, a preparare il tiramisù per stasera.

Paolo sarà di ritorno presto e mangeremo tutti insieme, ha detto che vuole parlare

per bene alle bambine, prepararle a tutto quello che dovrà cambiare.

Che bello, noi quattro soli, vicini, di fronte a tutte queste novità.

Sentile mentre salgono le scale, le streghette. 

Si alza, apre la porta d’ingresso e le prende tra le braccia.

 

Camilla

Categorie: racconti

MUMA

Giugno 9, 2007 · 4 Commenti

Erano in due e c’era un gatto in mezzo a loro.

Sembrava si dovesse trattare di qualcosa di speciale, qualcosa di incredibile per entrambi.

Il cielo mandava segnali pubblicitari e le nuvole della phon-atmosfera si disegnavano a forma di donna in bikini, macchina sportiva, caffettiera extra-lusso. Da quando erano arrivati i Giapponesi non un raggio di sole era calato sulla città,tutto si era trasformato e ogni cosa era ormai phon-comunicazione. I due aspettavano. Il gatto si strusciò sulle gambe di uno e si allontanò sotto la pioggia.

Sembra una canzone di Tom Waits, dice uno.

Mi si ribaltano gli occhi, non vedo nulla di ciò che c’è fuori, vedo solo dentro.

Cosa c’è dentro?

Acqua, tantissima acqua.

Io ho la pelle fredda ma i piedi caldi, sembrano staccati, sembra che li stia toccando con le caviglie fredde, e sembra che le caviglie mi si scottino.

Non dovevamo prendere il muma..

No, non dovevamo.

Mi ricordo di cose di cui non ricordavo prima.

Per esempio?

Per esempio mi ricordo di Alice.

Tua sorella?

Sì.

E poi?

E poi basta.

Sei lento.

E tu sei sporco

Una volta ho visto un palazzo spegnersi.

Impossibile, quei cazzo di muri non si spengono mai.

Te lo giuro, ho visto un palazzo spegnersi e tutti i bambini urlare perché non vedevano più nulla.

Mia madre mi ha detto che una volta la luce era solo bianca, o gialla.

Come quella del sole.

Come fai a dirlo, non l’hai mai vista la luce del sole!

Ora mi pare di vederla, sopra l’acqua, dentro la mia testa.

Sei drogato.

Anche tu.

Ce ne stiamo qui fermi sotto la pioggia, e diciamo cose.

Presto verrà qualcuno e ci ruberà tutto.

Non c’è niente da rubare.

Io ho dei pantaloni e una maglietta che si possono rubare.

Io ho una ragazza.

Ma non è qui, la tua ragazza.

Vorrei che lo fosse.

Anch’io vorrei.

Stai dicendo che ti piace la mia ragazza?

Sì, mi piace.

Tu non piaci a lei.

Lo so, me lo ha detto.

Mi dispiace.

Non ti preoccupare.

Piove.

Tu senti la pioggia?

No, non la sento, ho la pelle fredda, presto però ci ucciderà.

Se vedessi qualcosa vedrei le braccia che mi si bucano e i veleni entrare nella mia carne.

Mi chiedo se si possa dire ancora carne, la nostra.

La mia ragazza dice che è un tipo carnale.

Lo so, è un tipo carnale.

Vorrei che fosse qui.

Sì, vorrei anch’io.

Riesci a muoverti?

No, non ci riesco.

Categorie: racconti

FESTA ROSSOPANE RIMANDATA

Giugno 1, 2007 · 4 Commenti

CAUSA MALTEMPO MOLESTISSIMO

LA FESTA DI ROSSOPANE AL PINI VIENE RIMANDATA A

MARTEDI’ 5 GIUGNO 2007

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rossopane@gmail.com

5 giugno

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