Il grande salone vuoto. Scatoloni qua e là, pile di libri sparse per il pavimento.
Lei è sdraiata a terra, si stringe le caviglie tra le mani e
coi suoi grandi occhi verdi spalancati fissa la crepa che riga il soffitto.
Tra poco torneranno le bambine, voglio finire prima che siano a casa.
Voglio che abbiano il salotto a disposizione per i loro giochi. Non devono
sentire la fatica del trasloco, voglio fare in modo che il cambiamento
non le disturbi troppo, non più di quanto toccherà loro subire.
Sarà dura farle adattare, dovranno portare pazienza.
Ma io confido in loro, sanno essere forti le mie bambine, quando vogliono.
Oggi Cecilia non voleva entrare in piscina
senza di me, quando vede il maestro prima si
imbarazza, ma poi, appena lui le dà corda, non c’è verso di schiodarla e non la smette più di tuffarsi ridacchiando come una scema. Mi diverto tanto a prenderla in giro, a dirle che
mi sono accorta che il maestro Michele un po’ le piace. Allora lei volta il
faccino, fa l’indispettita, non mi rivolge più la parola. Mai toccare i tasti dolenti
della signorina, per carità. D’altra parte lei è la principessa, la principessina
bella e capricciosa del suo papà. Venerdì porterò la piccola, con lei è diverso.
Mi immergo nell’acqua fredda tenendola ben stretta alla pancia , sfioro le sue braccine
morbide e cicciotte e poi la lascio galleggiare nel salvagente a forma di papera.
E’ seria e coraggiosa, quando la lascio senza braccioli beve un po’ ma non fa una piega.
Vuole assolutamente imparare, non si fa demoralizzare da niente se quello è il suo obiettivo.
Si è proprio meritata il materassino a foca che le ho comprato, non vedo l’ora di
vederla scivolare mentre si aggrappa alle maniglie di plastica.
Se fosse per me glielo darei anche oggi, ma devo cucirmi per bene la bocca e non cedere alla tentazione. Voglio che venerdì se lo veda lì davanti, già pronto, che l’aspetta in piscina quando lei
esce dallo spogliatoio, pensando di trovare la solita papera. Chissà che faccia farà
quando le dirò che è tutto per lei.
Si sta facendo tardi, ma io non riesco ad alzarmi.
Sono stanca, stanca di questo lavoraccio. Non c’è nessuno che mi dà una mano.
Fa caldo, non si respira e tutto entro domani dovrà esser pronto.
Da domani, un’altra casa, un’altra zona, un’altra scuola per le bambine.
Più ci penso, più mi fa fatica muovere anche solo un dito.
Chissà. Mi faccio un altro sorso di vino, almeno mi tiro un po’su .
Forse mi verrà ancora più caldo, ma non importa, tanto ormai sono tutta sudata.
Tutto entro domani. E io sono qui sola, immobile, inchiodata per terra.
Il mio armadio delle vecchie cose è ancora lì, tutto da svuotare, pieno di cianfrusaglie ammassate. E’ una vita che non lo apro, non oso immaginare che polvere ne verrà fuori, mi vien la nausea solo a pensarci.. Eccolo, dritto di fronte
a me, sembra che questo alito di vento sia soffiato apposta per aprire la porta e farlo
apparire: bello, grande e pronto per esser ripulito. Quel maledetto armadio, dovrei essere felice di liberarmi di tutti quei relitti.
Invece no, qualcosa mi blocca. Qualcosa mi impedisce di guardarci dentro.
Mi gira la testa, non dovevo rialzarmi così di scatto. Un altro sorso.
Merda, tutto per terra. Ma come avevo fatto a riempirlo così tanto?
Quante foto..Dio mio. Il matrimonio. Come era magro Paolo, mi sembra di non averlo mai visto così in forma, pensare che sono passati solo cinque anni. Ride con suo
fratello, lo prende in giro, come al solito. I denti bianchi, le fossette ai margini della
bocca e la testa lievemente reclinata all’indietro.
Dov’è finito quel sorriso? Chi glielo ha tolto?
Ero pazza di lui, per dieci anni di fidanzamento sono trasalita all’ombra di quel sorriso.
E ancora adesso mi emoziono, davanti all’espressione di un ragazzo che non conosco più.
Perché quel ragazzo non c’è più. E se c’è, io non lo conosco.
Cosa resta di questo sguardo intelligente, di questo corpo snello che porta con disinvoltura l’abito scuro? Non saprei.
Sono stata io con la vita che gli ho chiesto di fare con me? Non potrei mai perdonarmelo.
Non potrei mai perdonare a ma stessa di essermi privata della parte più splendida del mio uomo. Sono stata sbadata , noncurante, ho lasciato che tutto succedesse da sè, senza che io mio accorgessi di nulla. Un altro goccio ancora.
La solita ragazzina ingenua, leggera, che prende le cose come capitano, senza chiedersi mai niente. Ma poi piagnucola, si lamenta. Non sono cambiata di una virgola.
Stupida.
.
Se non avessi in mano questa fotografia non potrei credere che sia successo davvero.
Mi sembrano immagini di un sogno, o di un film visto anni fa e caduto nel dimenticatoio.
Scene di una vicenda cui ricordo di aver assistito, di aver guardato stando in disparte.
E io, io c’ero? Eccomi, mentre sollevo il vestito
bianco in mezzo a un folla di persone eleganti.
I capelli lucenti raccolti nello chignon, la pelle chiara, le spalle nude e ben
disegnate che escono dal corpetto di taffettà. Quel corpo non è più il mio.
Mi sento scoppiare dentro a questi maledetti pantaloni e il seno mi arriva all’ombelico.
Che schifo! Tutto ha ceduto nel giro di due gravidanze.
Ho chiesto a Paolo di pagarmi l’operazione, voglio tirarmi su il sedere. Lui ha risposto come risponde a tutto: “ne riparleremo”. Avrei anche potuto chiedergli se voleva il pesce o la carne per cena e la risposta sarebbe stata la stessa.
Mio marito non è uno da decisioni affrettate, non prende niente sottogamba, ha bisogno di tempo per ponderare le sue scelte.
La cosa divertente è che all’inizio ci credevo sul serio: scambiavo la sua totale indifferenza nei miei confronti per un eccesso di zelo, ogni suo “ne riparleremo” significava per me una decisione
Fondamentale, tanto che anche io avevo iniziato a prendere tutto sul serio. Povera cretina.
La bottiglia sta per finire.
Non mi importa se la chirurgia estetica è roba per donnette patetiche disposte a diventar di
plastica pur di sembrare quello che non sono più.
A parlare così sono quelle che si vergognano ad ammettere
di avere bisogno di esser ancora belle, quelle che voglion far credere di affidarsi solo alla loro esperienza di donne vissute, di non curarsi dell’aspetto. Si fingono fiere delle rughe e delle tette cadenti.
Io non sono così. A me fa ribrezzo questo sedere
sformato. Aspetto solo che qualcuno ci metta mano: è questione di dare un paio di tagli e cucire due punti e il mio fondoschiena potrà tornare ad avere un aspetto dignitoso. .
Quando sfilavo ero perfetta, non c’era un angolo del mio corpo fuori posto.
Se fossi stata meno vanitosa adesso forse non ne farei una malattia.
Dovevo essere terribile a vent’anni, così fiera di essere bella.
Non facevo che coltivare il mio bel corpicino da silhouette, con una perizia maniacale.
Non avrei mai potuto sopportare di perdere un colpo, c’era troppo godimento nell’esser sempre
scrutata, inseguita e corteggiata. A cosa è servita tutta la mia vanità? Avrei potuto inventarmi qualcosa, o studiare forse. Si, adesso non sarei
sdraiata su un parquet, mezza ubriaca, nel pieno di un trasloco.
Dove mi ha portato quella pelle di pesca che ora si sta riempiendo di rughe?
Per poi scegliere tra tutti l’uomo più difficile,il meno interessato a me e al mio musino da gatta.
Sarà stato proprio questo, forse, a farmi perdere la testa.
Le foto della Croazia: Io lui e Elena sulla spiaggia.
Io lo guardo e lui guarda il mare. E’ sempre stato così tra di noi.
Il mio orizzonte si chiude su di lui, il suo inizia dove il mio finisce.
Mi sono sempre chiesta cosa pensasse . Ho come l’impressione
che nel suo cervello passino continuamente pensieri che lo impegnano molto, pensieri che gli danno gioie noie e paure, che lo preoccupano e lo entusiasmano , ma di cui non sono mai stata messa
al corrente. Forse avrei dovuto dirglielo, ma sarebbe stato troppo umiliante.
E’ di questi pensieri che sono gelosa, non delle donne. Di quei lampi nei suoi occhi che non riesco a interpretare, che lo colgono all’improvviso, anche quando siamo soli. Povero caro, lui cerca di nasconderli, finge di esser presente alla situazione. Ma non c’è niente da fare, sono tanto evidenti che non posso non notarli.
Cazzo, sono le quattro, mezz’ora e le bimbe saranno di ritorno, e qua c’è più confusione di prima.
Tanto vale che mi faccia fuori l’ultimo sorso e mi metta sotto.
Non c’è tempo di riordinare, mi conviene buttare via tutto.
Questa roba non serve più a niente, soltanto a farmi venire brutti pensieri.
Meglio usare l’armadio per i giochi delle bambine, la casa nuova è più piccola, non saprei dove
farli stare. E’ stato più semplice di quanto pensassi. Che liberazione.
Meglio che vada in cucina adesso, a preparare il tiramisù per stasera.
Paolo sarà di ritorno presto e mangeremo tutti insieme, ha detto che vuole parlare
per bene alle bambine, prepararle a tutto quello che dovrà cambiare.
Che bello, noi quattro soli, vicini, di fronte a tutte queste novità.
Sentile mentre salgono le scale, le streghette.
Si alza, apre la porta d’ingresso e le prende tra le braccia.
Camilla