I vestiti di Graziella
Qualche giorno fa mi è arrivato uno stock di vestiti che mia cugina, Graziella come la bicicletta, non mette più da anni. Sono vestiti di quando era giovane: non che adesso sia vecchia, ma aspetta un bimbo e immagino che in questo momento si senta molto più matura di un tempo, o almeno abbastanza da tagliare col passato e sbarazzarsi di tutta questa roba. Graziella era talmente più giovane che il suo seno abbondante ancora non esisteva, e lei riusciva a entrare agilmente in magliette che a me, con la mia terza tendente all’infinito alla seconda se il bicchiere è mezzo pieno o viceversa se il bicchiere è mezzo vuoto, vanno decisamente strette. E’ tutto un problema di seno, perché entrato quello è finita la maglietta: eggià, perché dovete sapere che mia cugina Graziella era un’adolescente con poco seno nei favolosi anni ottanta. Chissà se la zia Maria approvava che la figlia uscisse con la pancia totalmente di fuori, stretta in una striminzita ma vistosa canottierina gialla all’uncinetto. Forse sviata dal tessuto di saldi principi che resisteva patriottico all’invasione dell’acrilico dava la sua benedizione a Graziella e tornava al rosario di Radio Maria. Sicuramente Graziella in quel di Quinto Romano pedalando su una intramontabile graziella meditava già allora di farsi crescere i capelli, che ora e da quando ho memoria porta lunghi e lisci con un certo savoir faire, fregandosene se sembrano un po’ hippie. Fu così che anche il suo seno per solidarietà decise di crescere in grande stile per controbilanciare i capelli e non far sembrare mia cugina Mercoledì della famiglia Adams.Oggigiorno mi ci è voluto del tempo per provare tutto quanto e, complici il nylon e la morte delle mezze stagioni, pure una gran sudata. Meno male che queste magliette sono un’enorme presa d’aria sulla pancia, l’antidoto al surriscaldamento globale. Eppure non sono convinta. Nonostante la frivolezza a tinte fluo anni ottanta che ha investito gli anni duemila, stanchi dei pantaloni a zampa e di un finto impegno politico anni settanta, questa roba è decisamente troppo eighties, con una intransigenza quasi talebana. Meglio aspettare un po’, lasciare che la moda faccia il suo dovere. Quando si sarà arrivati all’esasperazione e andremo tutte in giro con il reggiseno nero a punta tipo Madonna, hop, con un’agilità alla Flashdance le magliette di Graziella faranno la loro comparsa nel mio armadio. Altrimenti potrei organizzare una festa a tema, sai che novità, così che sia data a tutti una buona scusa per comprare stravaganze che non hanno mai osato comprare, da indossare con auto ironia alla festa e dopo averle così sverginate farci un po’ di prêt à porter nelle vie del centro. Che bella sensazione indossare qualcosa di ardimentoso, anche se perfettamente allineato col canone estetico del momento. Ci si sente belli e impossibili proprio come cantava Gianna a sfidare da dentro il mercato snobbando la linea H&M di lady Ciccone con gli occhiali da sole di mammà. Sì, quelli, i Ray Ban da Blues Brothers, che si ostinava a mettere anche quando stavano tramontando e che ai vostri occhi bambini affascinati dagli Oakley’s erano proprio ciarpame da robivecchi. Bisogna stare attenti a queste cose e calcolare ogni minimo dettaglio: adesso calziamo tutti All Star, ma non dimenticatevi che le Puma torneranno. Quelle vere. Non quelle che fanno adesso, che sembrano scarpette da windsurf ma che alla prima pioggia si rivelano la cosa meno impermeabile del mondo. Le Puma quelle larghe, che più le mettevi e più si allargavano, comode come ciabatte e con le stringhe larghe tassativamente slacciate. So nineties. E tenetevi stretti anche le camicie di flanella da boscaiolo e la maglietta di Superman. Sono sicura che anche Graziella in una scatola in fondo all’armadio ha messo da parte i suoi vestiti preferiti, certa che al pupo farà piacere indossare un paio d’occhiali introvabili e recanti sulle loro lenti rigate tutto il peso dell’impietoso oblio che segna il passaggio dall’essere alla moda al ritornare in voga.
passi
essere Folli
abbattere barriere
guardare “al di la della siepe”
far del pensiero il concreto, con tutti i suoi colori
dare suono alla vista, e vista alle parole
giocare, con serietà
capire e saper ascoltare anche la pulsione,l’intuizione, perche la sola ragione inaridisce l’anima
capire che proprio perche la vita non ha senso, è possibile costruire un senso, IDEALISTA e REALISTA son molto vicini
agire la volontà
ballare le idee
amare e remare
farsi custodi dei propri valori senza nasconderli
capire e sentire
chiedersi: “come vorrei che fosse”..
COME VORREMMO FOSSE?
… sognando in rossopane…
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