ROSSOPANE

Post da Marzo 2007

DEMONI DANZANTI SULLE OMBRE DI NICK CAVE

Marzo 29, 2007 · 4 Commenti

Mi sveglio. Mi guardo intorno, sono a casa mia.

Postumi di una sbornia feroce.

Mi alzo solo per pisciare e accendere lo stereo. La voce di Nick Cave graffia l’aria. Mi ributto a letto, a tremare in un involucro di coperta.

Mi trovo addosso del rossetto, non è mio. Mi passo una mano sul viso e cerco di rimettere a fuoco i particolari della sera precedente. Immagini sconvolte e multicolore offuscano la mente, non ricordo nessuno in particolare. Ravàno nelle tasche, ho dormito nuovamente con i jeans. Trovo un biglietto con un numero di telefono, il nome non mi dice niente. La cosa insolita è il prefisso internazionale, non è di qui. Nessun’altra nota o indicazione, nemmeno un “chiamami” che potrebbe aiutarmi a capire di chi è il rossetto che ho sulla faccia.

Ho finito la coca-cola e con lei le possibilità di farmi passare la nausea.

Qualcuno bussa alla mia porta. E’ la mia conquilina, mi chiede se può prendersi l’aspirapolvere. Gliela indico con un cenno del capo e le chiedo di fare attenzione quando la usa perchè ho mal di testa. Mi dice che forse la musica alta non aiuta, le rispondo che senza Nick Cave non ho ragione di vivere. Sorride e mi dà un buffetto sulla guancia. La guardo andarsene e mi chiedo se riuscirò mai a farmela.

Torno a letto. Dalle casse proviene la strofa di Sunday’s slave. Mi stendo e cerco di ricordare. So di aver ricevuto un rifiuto ieri sera, ma questo non spiega il rossetto. Potrebbe spiegare l’alcool, ma mi conosco abbastanza da sapere che sarebbe andata così con o senza rifiuto: probabilmente quando l’ho ricevuto avevo già una buona dose di alcoolici in corpo.

Squilla il telefono, sul display appare il nome di un amico. Non ho voglia di rispondere, lo lascio vibrare contro il legno del comodino. Mi danno fastidio gli squilli dei cellulari, ho sempre usato la vibrazione. Insiste un po’ e poi finalmente silenzio. Avrà pensato che stessi ancora dormendo.

Poi arriva lei e io mi preparo a gustarla fin dalle prime note: The mercy seat. Per sette minuti e diciotto secondi mi immergo nel vertiginoso e apocalittico crescendo. Ecco, se dovessi descrivere il mio stato d’animo userei quella canzone. Rimango in trance fino all’inizio della traccia sucessiva, poi sposto lo sguardo dal nulla al soffitto, poi alla finestra e poi di nuovo al soffitto. Cos’è successo ieri sera?

Decido di cambiare cd. E’ il turno di Murder Ballads.

Una volta un’amica, leggendo il titolo di Song Of Joy, mi ha detto che le faceva piacere notare che Nick Cave ha anche dei lati non oscuri. Le ho spiegato che Joy è il nome della moglie che viene uccisa. Non credo l’abbia presa bene.

Un brivido mi percorre la schiena quando la voce di PJ Harvey apre Henry Lee. In quel video lei era dannatamente sexy. Come sempre. Invidio un po’ Nick Cave, anch’io vorrei farmela con PJ. Dubito che lei sia interessata a me, quindi rimango a letto a guardare le ombre sul soffitto, sperando che mi passi il mal di testa.

Fuori inizia a tramontare. Mi trascino in doccia, rimango sotto il getto caldo per un po’. Qualcuno bussa. E’ di nuovo la mia coinquilina, mi ha riportato l’aspirapolvere. Mi guarda mentre le apro con addosso solo un asciugamano, ormai non ci fa più caso. Forse dovrei sorridere ammiccante, ma la sola idea di muovere un muscolo mi provoca una fitta dolorosa al cervello. Mi limito a un cenno con la testa. La guardo andarsene per la seconda volta e vado a cambiare disco. Di nuovo Tender Prey. Mi accendo una sigaretta. Mi siedo sul letto e fumo ad occhi chiusi. L’ultima luce del giorno se ne va e io rimango nel buio. Mi lascio illuminare solo dalla luce delle finestre di fronte, mentre scelgo i miei vestiti. Camicia bianca a collo ampio, gilet e pantaloni neri. Lancio un cenno in cucina e, con in testa Sugar Sugar Sugar, mi avvio per la strada. E’ tempo per un’altra birra…

Giulia

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curiosità impegnativa

Marzo 29, 2007 · 4 Commenti

Pensieri da casa al mattino.

Domanda da un milione di euro.

Se un qualche sistema organizzato riuscisse a far sì che tutti i mestieri fossero ugualmente retribuiti, nel senso di considerare equivalenti le ore di qualsiasi lavoro, e garantisse a tutti condizioni di partenza uguali, i lavoratori:

A: farebbero tutti lavori alti, intellettuali e di responsabilità (dirigenti, professori universitari, medici, architetti ecc…), ciascuno secondo le sue predisposizioni.

B: farebbero tutti lavori bassi, manuali, che non richiedono studio e non comportano responsabilità.

C: farebbero tutti lavori medi, impiegatizi, che non comportano disagi fisici ma nenanche richiedono grande preparazione

D: si ripartirebbero secondo l’intera gamma dei tipi d’impiego, dall’asfaltatore al dirigente, dal poeta al parrucchiere, ciascuno secondo le sue predisposizioni.

Perchè, se fosse quest’ultima, ci si potrebbe fare un pensierino, visto che a differenza delle prime tre, il sistema rimarrebbe inalterato per quanto riguarda la tipologia e varietà di professioni però eliminando o minimizzando le differenze sociali date dalla professione.

Una sola osservazione. Ho sempre dato per scontato che in un sistema giusto non esistessero differenze determinate dal denaro e dal prestigio di categoria professionale, finchè ho litigato con mio padre e per un pò mi sono lasciata convincere che è normale che chi si è preparato con lunghi studi, ha una predisposizione intellettuale e una disponibilità ad assumersi responsabilità occupi nella scala economica e di conseguenza sociale un gradino superiore, che valga insomma di più. Si tratta, mi ha non-pazientemente spiegato mio padre, di una distinzione basilare tra qualità e quantità. La retribuzione di ore lavorative non qualificate ha un aspetto solo quantitativo, tante ore tot stipendio, partendo quindi dall’idea che tutti potrebbero fare quel lavoro (per esempio, l’operaio, o l’impiegato delle poste, o il portiere) e che invece un lavoro intellettuale non potrebbe farlo chiunque. No, certo, non tutti hanno l’attitudine a studiare le stesse cose. Tuttavia l’architetto, che forse potrebbe anche fare l’operaio e non viceversa, tuttavia fa solo l’architetto, non anche l’operaio, e non vedo quindi perchè si debba retribuire maggiormente, dal momento che l’operaio, che certo non potrebbe fare l’architetto, fa però l’operaio, compie il suo lavoro nè più nè meno che l’architetto. O bisogna credere che si paghi di più l’architetto per quella sua potenzialità che lo vuole virtualmente anche operaio? O forse la fatica dell’uso dell’intelligenza è più della fatica dell’uso delle mani, della ripetitività di un lavoro che non richiede nessun contributo creativo-individuale?

Infine, non riesco molto a immaginare il mio emaciato cugino divorzista che asfalta una strada ad agosto.

Così, senza marxismo nè simili mi viene solo da bighellonare intorno alla fantasia di un prestigio sociale che non si distribuisce in base alla categoria professionale. E’ possibile?

Albe

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Milano OPENSCREEN

Marzo 2, 2007 · 1 Commento

milano openscreen

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HAPPENING – WHERE IS 107

Marzo 1, 2007 · 2 Commenti

http://www.whereis107.org/Where is 107

 

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