Mi sveglio. Mi guardo intorno, sono a casa mia.
Postumi di una sbornia feroce.
Mi alzo solo per pisciare e accendere lo stereo. La voce di Nick Cave graffia l’aria. Mi ributto a letto, a tremare in un involucro di coperta.
Mi trovo addosso del rossetto, non è mio. Mi passo una mano sul viso e cerco di rimettere a fuoco i particolari della sera precedente. Immagini sconvolte e multicolore offuscano la mente, non ricordo nessuno in particolare. Ravàno nelle tasche, ho dormito nuovamente con i jeans. Trovo un biglietto con un numero di telefono, il nome non mi dice niente. La cosa insolita è il prefisso internazionale, non è di qui. Nessun’altra nota o indicazione, nemmeno un “chiamami” che potrebbe aiutarmi a capire di chi è il rossetto che ho sulla faccia.
Ho finito la coca-cola e con lei le possibilità di farmi passare la nausea.
Qualcuno bussa alla mia porta. E’ la mia conquilina, mi chiede se può prendersi l’aspirapolvere. Gliela indico con un cenno del capo e le chiedo di fare attenzione quando la usa perchè ho mal di testa. Mi dice che forse la musica alta non aiuta, le rispondo che senza Nick Cave non ho ragione di vivere. Sorride e mi dà un buffetto sulla guancia. La guardo andarsene e mi chiedo se riuscirò mai a farmela.
Torno a letto. Dalle casse proviene la strofa di Sunday’s slave. Mi stendo e cerco di ricordare. So di aver ricevuto un rifiuto ieri sera, ma questo non spiega il rossetto. Potrebbe spiegare l’alcool, ma mi conosco abbastanza da sapere che sarebbe andata così con o senza rifiuto: probabilmente quando l’ho ricevuto avevo già una buona dose di alcoolici in corpo.
Squilla il telefono, sul display appare il nome di un amico. Non ho voglia di rispondere, lo lascio vibrare contro il legno del comodino. Mi danno fastidio gli squilli dei cellulari, ho sempre usato la vibrazione. Insiste un po’ e poi finalmente silenzio. Avrà pensato che stessi ancora dormendo.
Poi arriva lei e io mi preparo a gustarla fin dalle prime note: The mercy seat. Per sette minuti e diciotto secondi mi immergo nel vertiginoso e apocalittico crescendo. Ecco, se dovessi descrivere il mio stato d’animo userei quella canzone. Rimango in trance fino all’inizio della traccia sucessiva, poi sposto lo sguardo dal nulla al soffitto, poi alla finestra e poi di nuovo al soffitto. Cos’è successo ieri sera?
Decido di cambiare cd. E’ il turno di Murder Ballads.
Una volta un’amica, leggendo il titolo di Song Of Joy, mi ha detto che le faceva piacere notare che Nick Cave ha anche dei lati non oscuri. Le ho spiegato che Joy è il nome della moglie che viene uccisa. Non credo l’abbia presa bene.
Un brivido mi percorre la schiena quando la voce di PJ Harvey apre Henry Lee. In quel video lei era dannatamente sexy. Come sempre. Invidio un po’ Nick Cave, anch’io vorrei farmela con PJ. Dubito che lei sia interessata a me, quindi rimango a letto a guardare le ombre sul soffitto, sperando che mi passi il mal di testa.
Fuori inizia a tramontare. Mi trascino in doccia, rimango sotto il getto caldo per un po’. Qualcuno bussa. E’ di nuovo la mia coinquilina, mi ha riportato l’aspirapolvere. Mi guarda mentre le apro con addosso solo un asciugamano, ormai non ci fa più caso. Forse dovrei sorridere ammiccante, ma la sola idea di muovere un muscolo mi provoca una fitta dolorosa al cervello. Mi limito a un cenno con la testa. La guardo andarsene per la seconda volta e vado a cambiare disco. Di nuovo Tender Prey. Mi accendo una sigaretta. Mi siedo sul letto e fumo ad occhi chiusi. L’ultima luce del giorno se ne va e io rimango nel buio. Mi lascio illuminare solo dalla luce delle finestre di fronte, mentre scelgo i miei vestiti. Camicia bianca a collo ampio, gilet e pantaloni neri. Lancio un cenno in cucina e, con in testa Sugar Sugar Sugar, mi avvio per la strada. E’ tempo per un’altra birra…
Giulia






