ROSSOPANE

Where is 101, ora alla ricerca di 107

Pubblicato in Arte e dintorni da rossopane il Febbraio 22, 2007

Chiacchiera e chiacchiera di sticker e robba di strada ecco che si affaccia una notizia interessante. Si prende una fabbrica abbandonata e per due giorni la si trasforma in una galleria d’arte, luogo di divertimenti e creatività. Interessante insomma. Questi ragazzi l’hanno fatto nell’ottobre del 2006 con uno stabile a Rogoredo il cui numero civico era 101..ora si ricomincia, stanno cercando braccianti artisti simpatie, il nuovo civico è 107, ancora la rete non dice nulla. Presto vi aggiornerò intanto questo è il video dell’edizione precedente e qui il link.

http://www.whereis101.org/

 

Scottante, scuro e senza zucchero

Pubblicato in Scritti e racconti da albe il Febbraio 13, 2007

Un giorno, all’incirca a metà mattinata, nella vita di A. accadde qualcosa di imprevisto e, ovviamente, spiacevole. A. spense la fiamma del fornello a gas e versò il contenuto della caffettiera gorgogliante nella solita tazza bianca con il suo nome dipinto sopra; niente latte o zucchero nel caffè mattutino: scottante, scuro e senza zucchero, amava scandire ogni mattina sua nonna durante i sette anni in cui, vedova, si trasferì a casa dei suoi genitori. Poi una mattina in cui era rimasta sola il caffè scottante deve esserle andato di traverso, e la trovarono stecchita con la testa collassata sul tavolo qualche giorno dopo. Nella caffettiera era rimasto ancora del caffè, ormai freddo.
A. infilò due dita della mano sinistra nel manico della tazza, la sollevò con cura e la appoggiò nel palmo dell’altra mano, palpandone con soddisfazione il tepore, alzò l’avambraccio avvicinando con lentezza studiata negli anni la tazza fumante al suo naso, socchiuse le palpebre ed inspirò. Le sue narici si schiusero come le ali di un falco e il suo pensiero andò al vecchio macinino chiuso nella dispensa, poi al barattolo di chicchi di caffè tostati in cantina, al saccone del droghiere in fondo a corso M. dove si riforniva due volte al mese, poi alla bella sorella del droghiere, ai suoi occhi color nocciola e ai suoi fianchi nascosti dal grembiule verde, e di lì ad altri luoghi che è facile immaginare anche senza alcuna preparazione psicanalitica specifica, basta lasciare libero sfogo alle libere associazioni e all’immaginazione, e proprio questo faceva A. di mestiere, in una parola: scrittore.
Quando riaprì gli occhi potevano essere passati pochi secondi come mezz’ora. Era tipico di A. perdersi nel fluire del tempo, ingarbugliarsi nella trama dei ricordi, ripercorrere avanti e indietro le tappe di un ragionamento fino a perderne di vista principio e conclusione, e poi ritagliare, scambiare, sovrapporre parole e frasi, immagini e sensazioni. Il nucleo più profondo del suo Io era come un racconto senza inizio, trama, forma o fine, multiforme e cangiante come il vecchio Proteo, i suoi occhi come una pellicola cinematografica montata su una bobina infinita, le sue orecchie come il rullo di un pianoforte meccanico che cattura le armonie dell’esistenza. Scrivere in realtà occupava solamente una minima parte del suo tempo, poche ore al giorno, pochi giorni all’anno. Per lo più A. osservava, annotava, cercava di comprendere, afferrare e penetrare l’essenza delle cose e del mondo, e nel resto del tempo doveva pure mangiare, lavarsi, ricordarsi della sua umanità, cantare, bagnare i fiori, mandare auguri di Natale, telefonare alla madre ormai vecchia, leggere la Bibbia, rattoppare i calzini, ascoltare Chopin, tagliarsi i capelli, pagare le bollette, mentire agli editori, giocare a scacchi, ridere, piangere e quant’altro ancora.
Quando riaprì gli occhi lasciò la piccola cucina e si incamminò verso lo studio. Sedici passi del suo piede scalzo misura quarantaquattro dopo giunse alla scrivania. Sul tavolo giacevano sparsi mucchi di fogli fitti di una scrittura ordinata e minuscola. L’ordine e la compostezza che regnavano su ciascuno di quei fogli contrastavano vivamente con il caos in cui i fogli stessi erano disseminati, quasi che si trattasse di qualche allegoria della struttura dell’universo dipinta da un fisico nel tempo libero tra il passaggio di due particelle in una fessura sufficientemente piccola. A. detestava scrivere al computer o battere a macchina. Era disposto a spendere una fortuna (se si ammette che ogni spesa assume un diverso peso relativo a seconda del reddito percepito, per le sue tasche si trattava indubbiamente di un lusso paragonabile alla fornitura giornaliera di pesce alla corte dell’Inca) perché una dattilografa battesse ogni riga che scriveva di suo pugno, che si trattasse di poesie erotiche o di una lettera al direttore di una scuola media, pur di non dovere abituarsi a quelle che considerava alla stregua di macchine infernali, pure emanazioni del male. A. avvicinò il bordo della tazza alle labbra e accennò un timido sorso, ma nonostante gli anni di sermoni della nonna sulle virtù del caffè scottante non riuscì ad apprezzare fino in fondo la sensazione di ruvido sulla punta della lingua quando si ustionò, perciò appoggiò la tazza in uno spiazzo libero tra tutti quei fogli, come al tempo doveva fare Dio quando accendeva una nuova stella in un angolo buio di universo ancora libero dai prodotti della Creazione.
Da quasi tre anni stava lavorando alla stesura del suo secondo romanzo, che nella sua testa pulsava, lievitava, abortiva, risorgeva, splendeva, si inabissava, che su migliaia di fogli lasciava tracce di un’esistenza leggendaria che essi non sembravano ancora in grado di afferrare ed eternare, come se si trattasse delle gesta di qualche grande uomo, che per quanto gloriose e degne di perpetua ammirazione non divengono tali finché non arriva il momento adatto per raccoglierle, ordinarle e raccontarle – momento che in casi come questi coincide spesso con la morte del suddetto eroe. Il romanzo parlava di tutto, perché come amava citare, ogni discorso è discorso sul tutto, ma se gli fosse stata concessa una sola parola per descriverlo, quella parola sarebbe stata “amore”, e se gli avessero chiesto di dargli un nome, sarebbe stato un nome di donna. Nel frattempo curava una rubrica culturale su una rivista per soli uomini soli, scriveva poesie di ispirazione prevalentemente mistica e racconti per bambini, traduceva dal Francese, dall’Inglese e dal Tedesco qualunque cosa gli capitasse per le mani, e occasionalmente teneva seminari sugli argomenti più vari.
Improvvisamente la sua attenzione fu catturata da un fragoroso urto proveniente dalla strada. Si affacciò alla finestra e dal comodo distacco che permettono due piani di solidi mattoni contemplò il brusco e prematuro arresto di un furgoncino azzurro, che evidentemente aveva deciso di interpretare in modo personale le leggi della fisica. Una volta accertata l’assenza di vittime il suo occhio clinico e indiscreto si dedicò alla pornografica vivisezione della scena: lo sconsolato conducente che scuoteva la testa con le braccia conserte, mentre un vigile urbano con la divisa troppo nuova per essere preso sul serio cercava di ricostruire la dinamica dei fatti, peraltro chiarissima a quasi tutti i restanti presenti. Il portinaio della casa di fronte valutava con aria da esperto i danni all’intonaco del palazzo, una ciclista con la gonna che rientrava nei canoni della decenza solo per il diretto interessamento del capo dello stato ringraziava il cielo o la sua scarsa forma fisica per non essersi trovata quindici metri più avanti un minuto e quarantasei secondi addietro, mentre un uomo non più giovane dai lunghi capelli bianchi inveiva e auspicava l’introduzione della pena di morte per le infrazioni gravi del codice della strada. A. decise che aveva visto abbastanza, perciò eseguì un perfetto dietrofront sui talloni nudi e si diresse alla scrivania, si sedette sul malridotto sgabello con l’imbottitura ormai esposta come la carne viva in una ferita, e mentre cercava di pensare quale sarebbe stata la sua occupazione nella prossima mezz’ora, appoggiò entrambi i gomiti sul tavolo. Fatalmente uno dei gomiti si posò proprio dove Dio al momento di una nuova creazione avrebbe acceso una stella e dove in quel più modesto, ma non meno gravido di conseguenze, momento stazionava la tazza bianca con il nome di A. dipinto sopra e il caffè scuro e scottante dentro. Negli orologi di tutte le cattedrali del mondo gli ingranaggi si ingripparono, il quarzo cessò di pulsare, il tempo lineare si incurvò e il tempo circolare si contorse in un nastro di Moebius, l’annunciatrice delle previsioni del tempo sul sesto canale gelò in un fotogramma in cui indicava con gesto sgraziato un fronte freddo in avvicinamento verso la Bretagna, A. emise un rauco gemito e la tazza sommerse con inarrestabile lentezza la scrivania di caffè scottante, scuro e senza zucchero.

Andrej

Merlante

Pubblicato in Scritti e racconti da Sarah il Febbraio 5, 2007

Racconto di Giada Vitali

La prima volta che l’ho vista si è seduta su quella panchina, era una giornata magnifica, un pomeriggio di primavera, leggeva un giornale e beveva qualcosa, si è fermata solo pochi minuti ed io l’ho seguita con lo sguardo mentre si allontanava, è scomparsa fra la folla, qui ce n’è sempre tanta, ad ogni ora del giorno e della notte, un eterno andirivieni di anime perse che mi girano attorno, e fino ad allora non mi ero mai chiesto perché.
Da quel giorno ho cominciato a prestare attenzione, forse solo perché speravo di rivederla, e così è stato. Credo che lavori qui vicino, perché su quella panchina viene spesso, ma non sempre alla stessa ora. Di solito legge il giornale, beve o mangia qualcosa, deve essere la sua pausa. Qualche volta la vedo telefonare, ma è troppo lontana e mi accorgo che non ho mai sentito la sua voce, se solo si avvicinasse un po’ di più allora potrei.
Un giorno, si è fermata di più, si guardava attorno con attenzione, cosa che non fa mai, poi le si è avvicinato qualcuno, lo ha baciato sulle labbra e si sono allontanati, ed io ho provato un dolore leggero, qui nel mio petto, qualcosa che non avevo mai provato prima. Da allora per un po’ di tempo non è più venuta, ma ho scoperto che tanta gente si incontra da queste parti: sono giovani coppie, gruppi di amici, persone mature, non mi ero mai accorto che la gente s’incontrasse in modi così vari, per motivi così diversi.
I miei preferiti restano gli innamorati, il modo in cui si aspettano, il sobbalzo con cui si scorgono, alcuni li vedo arrossire, sfiorarsi appena le labbra, altri non si sono ancora detti niente ma anche uno stupido si accorgerebbe di quello che sta succedendo. Osservarli mi provoca una strana sensazione, vorrei che fossero felici, che fosse tutto vero. A volte li vedo litigare, tenersi il muso, altre volte li vedo ferirsi, usano le parole come un tempo si usavano le spade, e a volte sono scontri all’ultimo sangue. E aspetto che torni lei.
Ed ho aspettato tanto, mi è sembrato il tempo più lungo della mia esistenza, non mi ero mai accorto di cosa fosse veramente il tempo, e detto da me può sembrare strano… Eppure oggi è tornata, ha la pelle dorata, il viso disteso, l’avevo immaginata tanto e adesso che la sua figura è lì davanti a me, sovrapposta ai miei sogni, mi rendo conto che è bellissima. Chissà se lo sa, non sembra curarsene molto, eppure io ne vedo alcuni inciampare per voltarsi a guardarla, e a volte anche io mi sento cadere.
Da quando è tornata sta leggendo un libro ma qualcosa nel suo sguardo è cambiato: è ancora più triste, è ancora più distante, ed io non ho mai sentito la sua voce. Cosa darei per sentirla parlare, come vorrei poter sentire i suoi pensieri, così come faccio con i miei. Cosa darei perché anche lei mi vedesse, una volta sola, forse allora mi guarderebbe ancora, se solo si accorgesse di me.
L’autunno è arrivato, piove spesso, ma c’è sempre un gran via vai. Non si siede più sulla panchina, entra nel bar qui di fianco, ma spesso la scorgo dalle vetrine. A volte l’accompagna un’amica ma non scambiano molte parole. E i suoi occhi sono sempre più tristi, il suo sguardo sempre più distratto, forse non le piace la stagione, o solo non le piace nessuno e questo non le piace.
Detesto quando non ti vedo, ne sento il bisogno. Odio quando te ne vai, mi rende triste. Sobbalzo quando ti scorgo come uno di quegli stupidi innamorati ma chi se ne potrebbe accorgere. Non mi hai mai guardato, eppure mi passi davanti tutti i giorni, guardami ti prego guardami, perché sento qualcosa che scoppia qui nel mio petto, e darei qualsiasi cosa per poterti toccare, per poterti dire che da quando ti ho vista ho avuto occhi per guardare tutto quello che accade. E non ho mai sentito la tua voce.
Per la prima volta, sento freddo, e mi manca il calore del sole addosso. Non me ne ero mai accorto. Fa buio presto, e la gente va più di fretta, quasi non si ferma. Per la prima volta i miei pensieri non mi bastano più. E non c’è niente che mi dia conforto, i tuoi occhi sono laghi lucenti in cui non mi posso bagnare, eppure sono il posto dove annego tutte le notti, che non mi sono mai sembrate così lunghe.
Oggi è arrivata di corsa, mi ha poggiato una mano sul petto per riprendere fiato, piangeva. Poi mi ha guardato, per un attimo ha sorriso e mi ha detto “non mi ero mai accorta che fossi così bello” ed è corsa via. Ed io avrei voluto correrle dietro, non ho mai desiderato altro in tutta la mia esistenza… se solo avessi avuto il fiato, se solo i miei pensieri non fossero diventati coriandoli, se solo i miei muscoli non fossero stati di marmo.
Mi chiamo Merlante, sono la settima statua sulla destra dando le spalle alla Cattedrale. Abito in questa piazza da più di quattrocento anni ma non ci avevo mai fatto caso. Lei? A volte la vedo passare, non ho più smesso di guardare. A volte, mi lascio cullare dalla sua voce, ma non riesco a farle dire altro che quell’unica frase, perché non conosco i suoi pensieri. Se passate da queste parti, ve ne prego, venitemi a trovare, perché da allora mi sento solo.