ROSSOPANE

Post da Dicembre 2006

ESPIAZIONE E REDENZIONE intervista a John Cameron Mitchell

Dicembre 31, 2006 · 1 Commento

Intervista al regista di Shortbus

So che è stato qualche anno fa, ma riesci a individuare il punto di partenza del progetto?

Negli anni in cui stavo lavorando a Hedwig- Una diva con qualcosa in più, mi sono reso conto che si stavano di nuovo cominciando a fare film che parlavano di sesso, come si facevano negli anni sessanta e settanta, ma mi dispiace constatare che erano tutti film piatti, privi di senso dell’umorismo. Il concetto di sesso sembrava legato a quello di negatività, come lo era per i Cattolici conservatori. Penso che sia comprensibile. Io sono cresciuto in un ambiente cattolico/militare dove il sesso era la cosa più spaventosa in assoluto e, proprio per questo, molto affascinante. Ho pensato di fare una commedia in pure stile newyorkese che parlasse di sesso con franchezza, che fosse provocatoria e, possibilmente, divertente. Non doveva essere per forza un film erotico, al contrario, volevo usare il linguaggio del sesso come metafora per altri aspetti delle vite dei personaggi. Ho sempre considerato il sesso esattamente come le terminazioni nervose delle vite delle persone. Ho sempre pensato che guardando due sconosciuti fare sesso puoi scoprire molte cose su di loro – da come è stata la loro infanzia a quello che hanno mangiato quel giorno a pranzo. Allo stesso tempo volevo fare un film in cui i personaggi e la sceneggiatura si sviluppassero attraverso improvvisazioni di gruppo, ispirate alle tecniche di John Cassavetes, Robert Altman e Mike Leigh. (Elemento interessante, tutti e tre hanno espresso disgusto alla sola idea della presenza del sesso “reale” nei loro film.) Sapevo anche che volevo che il film ruotasse intorno a un locale underground multisessuale, ispirato al modello parigino di Gertrude Stein e ai locali della New York contemporanea dove sono stato, posti dove c’è di tutto…musica, letteratura, arte e anche sesso di gruppo.Se dovessi fare degli esempi di film a cui mi sono ispirato, credo che dovrei citare il film autobiografico di Frank Ripploh Taxi zum Klo – di cui mi piace molto il tono malinconico che si percepisce dietro al tono di commedia, e il modo in cui tratta il sesso, come se fosse una cosa qualunque, uguale a tutte le altre e poi forse Un chant d’amour di Jean Genet, che è l’antesignano di tutti i film interessanti sul sesso. Per quanto riguarda il tono e lo stile, direi che i film che mi hanno influenzato di più per Shortbus sono stati Minnie e Moskovitz di Cassavetes, Le notti di Cabiria di Fellini, Il rompicuori di Elaine May, Quel pomeriggio di un giorno da cani di Lumet, Re per una notte di Scorsese, Un matrimonio di Altman e i film di Woody Allen Io e Annie, Hannah e le sue sorelle e Mariti e mogli.

Come sei riuscito a far partire il progetto?

Il produttore Howard Gertler, il direttore del casting Susan Shopmaker e io nel 2003 abbiamo deciso di fare dei provini. Abbiamo evitato gli agenti e le star – le star non hanno sesso. Inoltre sapevo che avrei voluto fare un workshop della durata di un anno circa e le star non fanno cose del genere. Invece, siccome non avevamo soldi per mettere degli annunci, abbiamo pubblicizzato le audizioni su diversi giornali alternativi invitando chiunque – attori esperti e non – a visitare il nostro sito, a leggere quello che stavamo cercando di fare e spedirci delle cassette. Io suggerivo che nelle cassette parlassero di un’esperienza sessuale che per loro era stata particolarmente significativa dal punto di vista emotivo. Gli dicevo di mettere qualsiasi cosa potesse aiutarci a conoscerli. Il sito ha avuto più di mezzo milione di contatti e abbiamo ricevuto circa 500 cassette. Molti parlavano davanti alla macchina da presa, altri hanno realizzato dei cortometraggi, altri ancora cantavano, altri si masturbavano. Alla fine per i provini abbiamo scelto una quarantina di persone. Avevamo pochissimi soldi e gli attori si sono dovuti pagare il viaggio da soli. A tutti era stato detto che le audizioni si sarebbero basate sull’improvvisazione ma che non ci sarebbe stato del sesso – non volevo che si spaventassero. Volevo che dalle audizioni uscisse qualcosa di profondo, volevo che gli attori creassero insieme a noi e che man mano si costruisse fra di noi un rapporto di fiducia. All’epoca ogni mese facevo una festa (che si chiamava Shortbus). Volevo creare un’atmosfera da festa di liceali, mettevamo qualsiasi tipo di musica. I miei amici e io eravamo dei dj molto eclettici – io mi ero specializzato in lenti. Ho fatto una festa Shortbus per i 40 attori che avevamo selezionato per le audizioni. Abbiamo fatto il gioco della bottiglia con un centinaio di persone. Così siamo riusciti a rompere il ghiaccio. Il giorno dopo, tutti gli attori hanno guardato le loro cassette insieme agli altri. E’ stato difficile, i contenuti delle cassette spesso erano veramente personali. Ma questo ha fatto sì che ognuno di noi capisse che ci trovavamo tutti nella stessa barca. Abbiamo passato solo pochi giorni insieme e avevo bisogno di capire subito chi era sessualmente attratto da chi, chi aveva il potenziale per far parte di una coppia nel film. Avevamo un’urna segreta e ognuno doveva dare un voto, su una scala da 1 a 4, a tutti gli altri, così ci saremmo potuti rendere conto della situazione. Era tutto molto strano e divertente. Alla fine abbiamo fatto un enorme cartello – una griglia con delle croci che mostravano chi era attratto da chi. Ci ha fatto risparmiare moltissimo tempo. Per le prime improvvisazioni abbiamo messo insieme le persone che si erano date il massimo dei voti. A quel punto è venuto fuori molto velocemente chi fossero gli attori naturali, sia che avessero studiato oppure no. Volevamo delle persone che fossero in grado di improvvisare sulla base di un testo scritto pur mantenendo una struttura della scena piuttosto precisa. Non è proprio pura improvvisazione. Stavamo cercando persone intelligenti, carismatiche, che riuscissero a interagire bene con gli altri. Quelli che volevano fare i protagonisti a tutti i costi li abbiamo eliminati. Ho scelto gli attori più interesanti e compatibili gli uni con gli altri e abbiamo cominciato il nostro primo workshop di improvvisazione. Avremmo trovato insieme i personaggi e la storia.

Come siete arrivati ai singoli personaggi e ai temi esplorati nel film?

Quando siamo arrivati al primo workshop avevamo raccolto un po’ di soldi dagli amici (incluso il musicista/attivista Moby) per pagare gli attori. Abbiamo subaffittato un loft nel Lower East Side e abbiamo cominciato con dei semplici giochi di improvvisazione teatrale; abbiamo visto dei film, giocato a whiffleball (baseball con mazze e palle di plastica) e siamo andati a giocare a bowling. Poi siamo passati a improvvisazioni più complicate, traendo spunto da elementi interessanti che sono venuti fuori durante le audizioni. Avevo letto dei libri sul lavoro creativo di Mike Leigh e Cassavetes e abbiamo preso spunto da alcuni dei loro metodi. Abbiamo sviluppato il background dei personaggi, i loro segreti, i loro desideri. Abbiamo messo in scena delle conferenze stampa nel corso delle quali agli attori venivano fatte delle domande come se fossero i personaggi che intepretavano. Abbiamo filmato tutte le prove, in modo che, una volta finito il workshop, avessi materiale a sufficienza su cui lavorare per cominciare a scrivere la sceneggiatura. Erano gli attori che stavano dando vita ai personaggi e ai loro problemi. Ho usato le loro storie per sviluppare l’intreccio ed esplorare vari temi in una sceneggiatura di tipo tradizionale. Così abbiamo sviluppato il nostro metodo: facevamo dei workshop e provavamo per qualche settimana, poi io lavoravo alla sceneggiatura per qualche mese, poi facevamo di nuovo un workshop e poi tornavo alla scrittura. Abbiamo seguito questo schema per due anni circa, finché non abbiamo ottenuto i finanziamenti. Al momento di iniziare le riprese, la sceneggiatura era scritta e ci conoscevamo tutti abbastanza bene. Nel corso dei workshop abbiamo fatto una serie di improvvisazioni a orientamento sessuale (a set chiuso), non moltissime. Alcuni attori si sono subito abituati all’idea, altri hanno avuto bisogno di un po’di tempo. Ognuno aveva le proprie esigenze e io volevo che tutti trovassero il proprio modo di avvicinarsi al sesso. Molti lo volevano riservare solo per la macchina da presa, una strategia che si è dimostrata valida (tutti gli orgasmi del film sono veri!). Il direttore della fotografia, Frank De Marco ha assistito a tutte le prove – sia che fossero scene di sesso oppure no – in modo che poi gli attori si potessero sentire più a loro agio durante le riprese. Dicevo sempre agli attori: “Non vi chiederò mai di fare cose che non volete fare, invece vi chiederò sempre di mettervi in gioco.” Li incoraggiavo sempre a tirare fuori le insicurezze appena emergevano. Si è molto discusso di sesso sicuro. Non sempre è stato facile ma è stata una bellissima esperienza per tutti noi e siamo rimasti ottimi amici.

Esistono dei modelli di ispirazione per lo Shortbus?

Sì, a New York si fanno delle serate settimanali a casa delle persone dove si mescolano musica, arte, cibo e politica. Una delle serate più importanti si chiamava “Cinesalon” e si faceva a casa di un nostro amico – Stephen Kent Jusick che ha anche recitato nel film. Il nome del locale “Shortbus” si riferisce al tradizionale scuolabus giallo americano. I bambini “normali” vanno a scuola sullo scuolabus lungo. Invece i bambini con “esigenze speciali” – i disabili, quelli che soffrono di disturbi emotivi e quelli meno dotati – prendono lo scuolabus corto (short bus), perché non sono così numerosi. Ho l’impressione che molte delle persone che conosco abbiano una certa familiarità con lo short bus in un modo o nell’altro. New York è un concentrato di molto del meglio dell’America (così come di un po’ del peggio) ma, per me, lo Shortbus rappresenta il meglio di New York.

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LA CERIMONIA DEL TE’

Dicembre 28, 2006 · Lascia un Commento

Sono quasi le cinque. Del mattino. Le ultime stelle sfumano nella prima luce che sale dall’orizzonte. Ho smesso di fare caso a questo spettacolo: l’abitudine uccide anche la più straordinaria bellezza, dicono. Non è esatto. Non ne ho dimenticato il fascino: semplicemente non ho più bisogno di guardarlo per restarne stregato. E non riesco a immaginare bellezza più grande di quella che è ricordata e ammirata senza più bisogno dell’oggetto che ne è portatore. L’alba è così. Perfetta. La casa è ancora fredda. Non accenderanno il riscaldamento prima di due ore almeno. Mi infilo la vestaglia e le pantofole e mi fiondo in cucina.
Per la maggior parte degli esseri umani la giornata non inizia veramente finché non hanno pisciato. Io metto a bollire l’acqua nella teiera. Per prima cosa faccio scorrere per trenta secondi l’acqua del rubinetto. Un gesto inutile – le tubature sono pressoché nuove – ma automatico. Me ne rendo sempre conto proprio dopo quei fisiologici trenta secondi, senza per altro darci troppo peso. Risparmiare è un concetto sopravvalutato, in molti contesti.
La teiera è di latta e plastica. È un miracolo che sia resistita tanto a lungo. La appoggio sulla piastra e apro il gas. Con un fiammifero lo innesco. Il rischio di bruciarsi è sempre piuttosto alto, soprattutto con i riflessi ancora intorpiditi. Lo affronto coraggiosamente ogni mattina. Oggi ho perso: osservo incuriosito i peletti bruciacchiati e soffio per lenire il fastidio. C’è sicuramente di peggio. Alla fine cedo anch’io all’insistenza della mia vescica e mi dirigo in bagno.
Il tempo di sciacquarsi la faccia e guardarsi fugacemente allo specchio – niente da fare, niente di nuovo dalla fronte – e in cucina la teiera inizia a fischiare. Come un treno, solo che lei è in quiete e io in moto. Infilo due bustine di tè verde dentro nella brocca di terracotta e ci verso l’acqua bollente. L’aroma del tè si diffonde subito grazie al vapore. Dicono che il tè verde faccia bene alla prostata. Io ho iniziato a berlo prima ancora di sapere bene cosa e dove fosse la prostata, ma è stato comunque confortante scoprirlo: almeno qualche scelta l’ho azzeccata. Finalmente posso vestirmi. Ho smesso di credere che qualcuno mi guardi ben prima dei vent’anni, perciò il compito è piuttosto facile. Il criterio fondamentale è l’odore. Se non puzza, allora non puzzerò nemmeno io. Tutto qui. Per i colori è ancora più facile: basta comprare solo magliette bianche, pantaloni blu e avere due soli maglioni, entrambi grigi. La monotonia al di fuori dell’arte non è reato.
Prendo dalla credenza due tazze e due piattini. Li dispongo con cura sopra al tavolo. Poi aggiungo i tovagliolini e i cucchiai. La zuccheriera non serve, il tè verde non è mai troppo amaro. Infine i biscotti. Ora tutto è pronto. Riempio la mia tazza e mi siedo a fare colazione.
Due biscotti, una seconda tazza di tè. È tutto. La giornata può avere inizio.
Rimetto a posto. Una tazza resta sempre pulita. Da sempre. Nessuno ha mai passato la notte qui. Perché? Non so perché. Certe cose succedono e basta. E ci si ritrova a trent’otto anni, senza avere mai baciato una ragazza. Non è un problema. Anche il sesso è sopravvalutato. La tazza è lì per ogni evenienza. Un ospite inatteso potrebbe sempre arrivare. La curiosità di conoscerlo è sufficiente per trascorrere un’intera giornata. Non ho mai chiesto di più alla vita.

ANDREJ

Categorie: racconti

BUONGIORNO,ROSSOPANE

Dicembre 21, 2006 · 2 Commenti

BUONGIORNO
BISOGNA SEMPRE ESSERE UBRIACHI

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may I say a word

Dicembre 20, 2006 · 8 Commenti

hello. long time no speak, and it may be still longer before you read, but i’m watching & listening, like an outsider with no Gianna Nannini in his ears.
hmm..ho letto il manifesto e non mi convince sarò onesto. sarà che mi sembra di sentire quel discorso tanto inflazionato per cui “autistico=artistico” e quindi tutti sono felici di definirsi autistici perchè tutti in un modo o nell’altro si sentono artisti. dando così la possibilità a tutti gli stronzi che nè autistici ne artisti sono per attaccare tutti “quegli stramboidi emarginati”. notando con piacere quanto poco tempo mi è occorso per divagare, torno indietro dicendo che secondo me rossopane dovrebbe starsene dove sta ora. nel momento in cui avete fatto una scelta di mezzi..quello che sto cercando di dire è che trovo impossibile cercare un focolare intimo e privato attraverso un mezzo come il blog, e considerando oltretutto che non credo neanche che tale focolare fosse l’obiettivo principale. tutt’altro. il fatto che compaia un’enorme freccia viola scintillante con il tuo nome Sa, sta a indicare solo il fatto che quelle cose le hai scritte tu. se ne sei convinta, allora che ti frega?e se i testi non vengono censurati, allora chi se ne frega? si può dire ciò che si vuole, e almeno in questo modo la fruizione è virtualmente estesa, a tutti quelli che sanno come si scrive rossopane su una tastiera. autistici artistici autisti e tutti quanti, maschi femmine e cantanti. l’importante è che sia il contenuto ad essere alternativo, se poi lo è anche il mezzo, tanto meglio, ma deve essere cmq in grado di arrivare alle persone, soprattutto quelle che hanno bisogno di sentire una voce fuori dal coro. e, non so,secondo me c’è il rischio che con gli amici autistici ci si vada a chiudere in una caverna dove la luce non si vede proprio, tutt’altro che mitica..
(and what does alternative mean anyway?sometimes i think it’s just another sterotype different from other fuckin stereotypes..)
è un po’ prematuro parlare di censura & stuff, tutt’al più che non mi sembra che finora siano state dette cose che “non si possono dire”. a meno che qualcuno non abbia qualche testo sovversivo incendiario nel cassetto..
forse bisognerebbe cominciare a stare stretti in quella vecchia, prima di pensare a cambiare casa..
poi, fate come vi pare, alla fine non vi ho mandato neanche una poesia.

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CHANGES

Dicembre 19, 2006 · 5 Commenti

Partiamo da una piccola premessa informativa.
Il nostro blog ha come supporto informatico una piattaforma chiamata BLOGGER, la più grande del pianeta, e come tutto quello che è grande e apparentemente fico, è americano e multinazionale.
Blogger è infatti la piattaforma blog di GOOGLE, colosso del World Wide Web.
Ora. Essere utenti di blogger ci porta dei vantaggi a livello pratico ma anche delle restrizioni e delle remore morali, personalmente parlando.
I vantaggi sono allettanti e di seguito ve li elencherò:
- facilità d’uso, praticità, intuitività dell’interfaccia
- presenza nel più grande motore di ricerca del mondo, cioè siamo raggiungibili da qualunque parte del pianeta al solo nominare Rossopane.
Gli svantaggi sono invece un pochetto allarmanti:
- Totale assenza di anonimato, se appena vorranno sapere chi siamo, cosa portiamo, che diciamo, apparirà nei cieli italiani una grande freccia di neon viola che indicherà il mio appartamento periferico, dicendo: è lì che abita chi scrive su Rossopane. Siamo in poche parole privi completamente di copertura di privacy e abbiamo dati venduti a chiunque li domandi.
- Siamo comunque complici di un processo che politicamente riteniamo distruttivo e a dir poco stronzo (ottenere informazioni in qualunque modo su ciò che fanno le persone per poi tarare produzioni massificanti sempre più coincidenti con le esigenze di un pubblico boccalone perchè spiato ventiquattr’ore su ventiquattro), non so voi, ma io, economista, dico è possibile una diversa maniera e Google non è certo dalla nostra.
Dunque, grazie al consiglio di un amichetto super nerd, informatico di cuore insomma, sono venuta a conoscenza di questi ragazzi. Di cui ora vi linko il manifesto, perché così si capisce meglio.
http://www.autistici.org/it/who/manifesto.html
Ed ecco, si spiegano da soli, io li trovo fantastici e mi piacerebbe entrare in questo circuito di matti dell’informazione alternativa, perché anche Rossopane alla fine è informazione alternativa.
Ma siamo democratici e sinceri, e non solo io e Albe abbiamo decisione in mano.
Quindi contributors, visitors, chiunque voglia, commenti questa idea che in sostanza dice: spostiamo il blog da blogspot a una piattaforma web politicamente più vicina a Rossopane, che si chiama NOBLOG.
Serve un po’ di sforzo perché ci vuole un po’ di tempo e di voglia di leggere dallo schermo, poi le direttive ufficiali ve le farò avere una volta concordato tutto…per ora questo spazio rimarrà aperto, se si deciderà lo spostamento me ne occuperò io e solo a lavori terminati verrà chiuso questo.
Spero di essere stata quanto più chiara e limpida.
Se ascolti Gianna Nannini sei un outsider.
Infine guardate quale potrebbe essere lo sfondo fisso del nuovo blog di sinistra:

Pensate, leggete e solo sicuri dite!

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RISPOSTA A FABRIZIO: excursus genealogico Rossopanino

Dicembre 15, 2006 · 5 Commenti

Fabrizio ha lasciato scritto come commento al Manifesto:
“Mi sono lasciato accarezzare dalle parole che con sapiente alchimia ricamano, in un arabesco di idee e pensieri, questo spazio. Come una veste, le ho lasciate scivolare dolcemente sulle mie membra. Mi sono guardato allo specchio e, meravigliato, ne ho seguito le pieghe adagiate perfettamente sul mio corpo. Fresche parole che si intrecciano in preziosi ricami degni dei migliori sarti del Re. Veste su cui ricamare parole in forme ricercate e motivi complessi. Eppur sempre veste. Veste che nasconde agli altri le mie nude membra. Veste che ingabbia il mio odore. Veste che cela il fremito dei miei muscoli. Veste che non aiuta la conoscenza degli individui, quella conoscenza in cui l’immediatezza e la genuinità delle parole formano un candido tessuto la cui bellezza non è intrinseca nelle sue forme ma scaturisce dal portamento di chi lo indossa.Cos’è RossoPane? Forse è la veste più ricca e preziosa che si possa indossare ma proprio per questo distoglie lo sguardo da chi la indossa, totalizzando l’interesse sui suoi ricami. RossoPane è arte, è divulgazione di pensiero, è comunicazione di idee ma non può sostituire quella comunicazione di cui questa città, Milano, ha fatto scempio. La comunicazione fatta di sguardi, gesti, voci sussurrate e parole gridate.”

Tutto iniziò con l’idea di una rivista letteraria.
Il che generò sorrisini compiaciuti e,al momento , un pizzico di scetticismo… Si sà, tra amici entusiasti molte volte ci si lascia trasportare da furori lirici che spesso bruciano in fretta..
Una rivista letteraria: esercizi di stile, condivisione di interessi culturali, amor di lettura e scrittura, stil novo e poesia contemporanea, arzigogolii in lettere..
L’idea scaturì da due persone per poi estendersi a più.
E con L’allargamento dell’ idea ancora prettamente formale a più persone, si è ampliato il progetto delle mura di questo villaggio.
Proprio come tu ti chiedi e chiedi a noi: Se c’è volontà e talento.. perchè limitare il tutto in asettiche pagine di blog e o rivista?
Milano ha bisogno di riscoprire l’umanità dei suoi rapporti, ha bisogno di ammorbidire i confini del suo individualismo, ha bisogno di contatto reale.. Di manifesti e slogan già è bombardata.. (dunque anche solo il mezzo , nonostante i contenuti, si dissolve in una massa omogenea).
proprio da questi stessi interrogativi è nato il progetto RossoPane, dopo mesi di chiacchierate a tavolino.

Inanzitutto RossoPane ,è stato da noi definito: RIVISTA-AZIONE.
Questo termine poggia su tre punti focali:
1) RossoPane non è schierato ideologicamente ne politicamente. Vuol, per quanto possibile, tendere alla neutralità. Rossopane non si accontenta di assumere nozione tramite canali di mezzo ma è popolo che si fa popolo e crea le proprie idee tramite esperienza diretta(interviste, sondaggi, chiacchierate, inchieste)
2) RossoPane tiene alla forma( i tuoi amati arabeschi). Vuole attrarre all’arte e alla letteratura per stimolare ad una diversa qualità del vivere.(regalando libri, poesie, pensieri, passi che amiamo,stampe di dipinti magari commentatri) La bellezza non è fine a se stessa . Ci aiuta a ricrearla nel mondo e dunque a non accontentarci del mediocre.
3)Rossopane vuol far riflettere. E in questo è essenziale il contatto diretto.
tornare all’istituzione di un agorà (piazze,parchi..) dove confrontarsi su temi che più colpiscono, cercando di far arrivare ai più un messaggio ONESTO.

Questo è organicamente il progetto che vorremmo con tempo mettere in pratica con l’ardire di poter far diventare il movimento uno stile di vita.(con volontà unanime e coinvolgimento, non imposizione)
Purtroppo qualche incomprensione di tipo personale tra i membri del gruppo rossopanino ha fatto credere che il progetto fosse sull’orlo dell’estinzione..
Ma, fortunatamente, un’idea sopravvive agli interessi individuali..
così… abbiamo deciso di ricominciare con questo blog(o meglio cominciare).. una sorta di tirocinio propedeutico che vorremmo sfociasse nel progetto a tre punti che ti ho illustrato.

… Spero che lo strutturato intervento aiuti a chiarire le idee a quanti si interrogano ancora sul senso di un blog che si definisce azione pur nei limiti di blog(ancora, per ora..e in vista di un processo a lungo termine)

Categorie: logistica ideologica

ECCOMI

Dicembre 13, 2006 · 2 Commenti

Scusate il ritardo.
No, non mi ero persa.. solo, stavo attivamente nascosta.
Perchè Inanzitutto RossoPane è proprio questo; Una modalità d’esistenza. Una simbiosi e apertura verso il prossimo. Il blog è il coronamento tramite formalizazzione del vivere “a modo nostro”.
Trovarsi ad essere sempre attenti e attivi, comprensivi, altruisti ma non passivi, curiosi, elastici, leggeri ma non frivoli, analitici ma non dogmatici. E’ vivere “utilizzando l’uomo come fine e mai come mezzo”.
E questo fortunatamente, per quanto mi riguarda, non è nato con il progetto RossoPane, piuttosto è sfociato in RossopAne.
Me ne sto sempre con la bocca spalancata, mai sazia.
E se la “Milan dal cor en man” sembra estinta in un bieco consumismo, se i navigli, fino agli anni ‘70 zona povera di Milano , zonA di bottegai e rigattieri amici e confidenti, vengono esiliati da affitti sempre più alti, beh.. io mi farò portavoce del loro ricordo, mostrerò la faccia nascosta della mia città, metterò in risalto i suoi lati di luce in declino.. Perchè c’è bisogno di speranza, con realismo.
E il blog accompagnerà il nostro lavoro di vita, testimonierà delle volontà, cercherà di espandere una mania rossa e fragrante.
Inoltre l’arte, la bellezza ingentilirà le menti.
Chi entra in contatto con la bellezza, non potrà più accontentarsi di qualcosa d’inferiore a ciò che sente(un sentire ormai artisticamente strutturato).. e tenderà a ricrearla in tutto ciò di cui farà esperienza.
Io ci sono
io SONO.
buon viaggio amici.

Alzati, abbiamo l’eternità per dormire!” (Omar Khayyam)

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RossoPane Hall of Fame: Maria Zambrano

Dicembre 10, 2006 · 3 Commenti

Rossopane è un sasso nello stagno milanese. Questo è un sasso nello stagno Rossopane. Perché si scrive? Lo chiedo a te Rossopane, e mi aspetto tanti cerchi concentrici che propaghino questa importante domanda. “Perché si scrive” è il titolo del saggio col quale Maria Zambrano, filosofa spagnola, inizia nel maggio del 1933 la sua riflessione autonoma. Maggio dunque, il mese delle rivoluzioni, e la Spagna gravida di idee nutre nel suo ventre la guerra civile. Maria ci è dentro fino al collo, ha studiato filosofia all’università di Madrid da Ortega Y Gasset e Xavier Zubiri, fa parte dei circoli intellettuali e liberali più attivi della città, è amica di personaggi come Garcia Lorca. Di fronte a un sapere che si esprime in trattati, sistemi e critiche sceglie di fare un’operazione preliminare, scrivendo sullo scrivere. Perché scrivere e non parlare? Perché nella comunicazione orale si risponde all’urgenza del momento e la parola è insieme strumento della vittoria e della sconfitta; si è sconfitti dalla successione dei momenti che superano il nostro assalto. Invece “scrivendo si trattengono le parole, le si fanno proprie; […] Lo scrittore cerca la gloria, la gloria di una riconciliazione con le parole, precedenti tiranne della sua potenza di comunicazione”. Cosa si vuole dire scrivendo? Qual è lo scopo dello scrivere? A queste domande risponde che “Lo scrittore vuole dire il segreto, ciò che non si può dire a voce perché troppo vero; le grandi verità non si è soliti dirle parlando”.
Se la filosofia è “amore del sapere” il sapere va corteggiato con fiori, meraviglia e sincerità; il filosofo moderno e occidentale invece ha perso lo slancio del corteggiamento e costringe il sapere in gabbie concettuali e linguaggi insensibili. La filosofia di Maria Zambrano nasce da un disagio nei confronti di questa filosofia, fredda, arrogante, mistificatrice e incompleta. Incompleta perché quando parla dell’uomo sembra dimenticarsi che esso non è solo una “res cogitans” ma anche un cuore che batte, emozioni, penombra. Urgono allora per considerare l’uomo nella sua totalità anche un “sapere dell’anima”, una filosofia che sia cammino di vita, una Ragione poetica. Passione e ragione devono collaborare, perché per catturare la verità occorre la “ragione appassionata che si slancia con impeto ma sa poi trattenersi al momento giusto”. Maria Zambrano sceglie di descrivere piuttosto che concettualizzare l’uomo, ed ecco perché si interessa ai generi letterari della poesia e della confessione, alle figure della tragedia greca. Tragica è l’alba, immagine alla quale lega l’uomo come essere incompiuto, perché a differenza del tramonto non porta con sé una sensazione di compiutezza; tragica è la storia, nella quale protagonista è il crimine, rappresentato e giustificato sotto una maschera.
Maria Zambrano osserva l’uomo non dalla poltrona del salotto ma da un punto di vista doloroso, l’esilio, nel quale è costretta per 45 anni dalla vittoria franchista del 1939 al 1984. Quarantacinque anni passati tra Sud America, Cuba, Italia, Francia, Svizzera, durante i quali sperimentando lo spaesamento e lo smarrimento della propria identità sconta la pena di aver sostenuto la Repubblica. Questa situazione esistenziale non la scoraggerà dall’esprimersi su questioni di attualità: sosterrà la democrazia come presupposto per la convivenza delle differenze esistenti tra gli uomini e lamenterà la mancanza di voci femminili nel sapere ufficiale, pur auspicando che dare maggior spazio alle donne non equivalga a una loro omologazione al modello maschile. D’altronde lei stessa scherzerà sul suo curriculum accademico affermando che “una filosofa, nella Spagna degli anni Trenta, era quasi `una donna barbuta’, un’eresia, una curiosità da circo”. Grande deve essere stata la sua soddisfazione nel 1988, quando è la prima donna spagnola a vincere il premio Cervantes. Riconsiderando con uno sguardo complessivo l’esilio, una volta rientrata in Spagna lo definirà una “patria irrinunciabile”, un’esperienza che insieme alla vocazione per la filosofia considera essenziale per la sua vita.
“Dunque non mi resta che ammettere che la mia autentica condizione, cioè vocazione, è stata quella di essere, non quella di essere qualcosa, ma quella di pensare, di vedere, di guardare, di avere la pazienza sconfinata, che ancora in me permane, di vivere pensando, sapendo che non posso fare altro, e che anche pensare non l’ho propriamente “fatto” (Da “Quasi un’autobiografia”).
…Dimenticavo, olé.

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UN MONDO SOLO ABITATO DA UN SOLO UOMO: L’UOMO

Dicembre 4, 2006 · 4 Commenti

E questa, ben fatta, è la rivoluzione delle coscienze.
La meta è alta talmente che non si pensa di combattere contro tutto in una volta. Però ci si mette a confronto con il piccolo, ci si prodiga a partire dal piccolo, piedi per terra e testa tra le nuvole. Per cui, scrivi il libro giusto, leggi Vittorini, parla con la gente,
parla con la gente,
fai un disegno del mondo brutto e uno del mondo bello issali uno affianco all’altro su due manici di scopa e portali nella piazza, e poi in un’altra piazza, e poi sulla strada e su quella perpendicolare con l’edicola e il parchetto, sulla discesa di oleandri fino al mare, sulle montagne sopra un altro mare.
Recupera Gesù e lascia perdere la Chiesa.
Parla con la gente, parla con la gente e se sai cantare emozionala cantandole una canzone che non s’aspetta; se sai recitare, coinvolgila in un’emozione che incida finalmente una crepa nella quarta parete. Da quando c’è la spettacolarità ad emozionare non è che sia impossibile ma è diventato più difficile emozionarsi per le cose belle. E, diceva qualcuno ad Atene, un pò di tempo fa, il bello è il vero e il vero è il buono. Sintesi poco accademica ma efficace.
Rivoluzionati dentro, capisci perchè fai la raccolta differenziata; vai un mese in un altro posto, non a Barcellona Amsterdam Londra New York, vai in un posto completamente altro, ciao parto vado in Altrove, trova l’altro-da-te, conoscilo, guarda tra le sue costole l’uomo e nelle colline guarda lo stesso sole; viaggia, viaggia con uno zaino vuoto e bevi birra al nord, e tè alla mela se sei in Turchia, e ouzo se sei in Grecia. Quando arrivi in Italia trova un bel tavolo di legno un bell’amico e un bel bicchiere panciuti e inondati di vino rosso. Ma nello scherzo del vino non dimenticare di raccontargli il tuo viaggio, di tirar fuori dallo zaino tutto il pieno. E non vergognarti se nel vino sei enfatico: enfatizza, grida se devi, fatti brillare gli occhi!
Parla con la gente, proietta su un muro, magari il muro “artistico” in colonne (partire dal piccolo, la città) le tue foto. Quelle delle costole dell’uomo musulmano, ma non scriverci sotto Benetton, quelle del sole sulle risaie indiane, quelle della filippina che incredibile dictu non fa sempre la donna delle pulizie; se poi vuoi ridere e anche essere sincero sul tuo viaggio mostra pure quella di te che esibisci la faccia da Italiauno in costume da bagno e quella dei tuoi amici in costume da bagno e la foto “artistica” dei vostri piedi in cerchio. Ma non dimenticare i piedi negri e i piedi che erano bianchi e son diventati neri e duri.
Le donne che lavorano tanto in lavori di fatica si rovinano le mani e se erano belle si vergognano di quelle grosse mani nodose da uomo che a letto parlano di lavoro duro e non sanno più parlare d’amore, hanno paura che l’uomo cerchi la ragazza con le mani lisce, intatte, per le carezze e le dolci parole, che gli lascino scordare il lavoro duro, e le donne si vergognano mentre passano lo straccio, si vergognano nell’acqua fredda, queste mani di Rodin.
Nel nostro mondo ci sono circa tre miliardi e mezzo di donne, sette miliardi di mani di donne, credo, ma è un mio calcolo, almeno cinque miliardi di mani-Rodin di donne.
Leggi le statistiche e documentati, fai le tue statistiche, fatti impressionare dai grandi numeri ma ricorda che sei uomo piccolo uomo e l’uomo si impressiona in modo più duraturo davanti ad una storia, una porzione di mondo che possa parergli la sua, un uomo che possa parergli lui stesso, mentre il grande mondo intero è talmente grande che viene percepito come Altrove e non si riesce a sentirlo esistere, fuori dalle statistiche. Allora usa le statistiche, ma poi racconta una storia. L’uomo non piange per i dieci milioni di morti di una guerra civile africana, non sa piangere per quello che non ha un volto, per quell’uomo che non può parergli lui stesso; sa però disidratarsi di lacrime per i volti segnati da sofferenze-fiction dell’esercito di mariadefilippi.
Racconta una storia, racconta un volto.
Parla con la gente.
Affiggi manifesti con sopra disegnata la tua città ideale, e manifesti con sopra disegnata una scena di vita quotidiana nel campo rom di Milano sud.
Invadi lo studio di mariadefilippi e racconta una storia. Falle piangere per un volto vero, le casalinghe, falle piangere per le loro stesse mani nel secchio dell’acqua fredda.
Parla con la gente, gira cortometraggi e organizza serate di proiezione di cortometraggi, con dibattiti accesi che i vicini si lamentino e minaccino di chiamare la solita polizia. Non schiamazzo però: dibattito.
Raccogli firme per una petizione che chieda la riduzione dei privilegi economici (e non solo) dei parlamentari. Ne servono cinquantamila, c’è scritto sul Codice Civile, mi è stato detto. Circondatevi di persone che sappiano queste e altre cose, non solo dove fanno l’aperitivo a quattro euro. Se poi hai molto coraggio e magari un amante a Roma che ti ospiti puoi andare a Roma e proiettarle in Parlamento, le foto del tuo viaggio in Altrove. Se no stampale e mandagliele in una bella busta di carta di riso rossa che si mimetizzi con gli auguri di Natale. Insieme alla petizione.
E se hai scritto una canzone, cantala, cantala e alle feste gli amici ti chiederanno di cantarla, cantala e le persone in tram, proprio loro con le facce veloci e dure tipo la monetina te la puoi scordare oggi, proprio loro se guardi bene stanno tenendo il ritmo con un piede. Fai nascere un ritmo, che si srotoli come un filo e si aggrovigli intorno alle persone, le unisca.
Leggi tanta letteratura e studiane la storia, che è la storia delle storie dell’uomo.
Parla con la gente, dille che il mondo è uno ed è abitato da un uomo solo: l’uomo.
E questa, ben fatta, è la rivoluzione delle coscienze.

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