ROSSOPANE

Banksy

Pubblicato in Arte e dintorni da Sarah il Novembre 30, 2006

In italiano nessuno ha mai scritto nulla su Banksy. Nulla di specificatamente esplicativo. Io ho fatto su di lui un lavoro, credo che a qualcuno interessi. C’è un po’ di storia e di non-storia, anche un po’ di tentativo accademico di sembrare preparata, sorvolate. E’ perdipiù frettolosa, ma alquanto rossopanina nel contenuto. Enjoy.

SOME PEOPLE BECOMES VANDALS BECAUSE THEY WANT TO MAKE THE WORLD A BETTER LOOKING PLACE

Banksy è un “guerrilla artist”, o un “art terrorist”, o un “pranker”, cioè una peste, una peste dell’arte, un ragazzino che si diverte a fare scherzi. Nato nel 1974 a Bristol è ora noto in tutto il mondo per le sue performance sovversive, per i suoi interventi estemporanei imprevisti e spesso illegali in spazi pubblici nel tessuto urbano di molte grandi città del mondo.
Comincia a quattordici anni con lo spray, freehand, a mano libera, poi passa allo stencil; tecnica più veloce, più precisa.
Banksy viene dalla street art, che più che una corrente, è una sub cultura; ma è passato il tempo dei graffiti, delle tag (firme) per le strade delle città a segnare un territorio, a farsi conoscere; dopo lo spray e le lettere sono arrivati gli stickers (adesivi) poi lo stencil e il mosaico e la street art ha assunto un carattere più globale utilizzando il linguaggio della pubblicità e del design, della pittura e di internet diventando uno strumento comunicativo declinabile a seconda dell’indole dell’artista. Basti pensare ai lavori dello svedese Peter Baranowski, che applica minuscoli abiti in stoffa all’umanità stilizzata dei segnali stradali o ai calligrammi di Zys, che decorano il bianco delle strisce pedonali di Tokio o degli alieni di un noto videogioco, la cui forma a pixel è stata riprodotta con tessere di mosaico da Space Invader in capitali di mezzo mondo, o alle spine elettriche che escono da veri sportelli bancomat, dipinte dal belga Plug con bombolette spray, o del gioco-progetto The art of urban warfare, consistente nel riprodurre a stencil il maggior numero di sagome di soldatini negli spazi di molte città. Sono tutte iniziative che utilizzano uno stesso linguaggio, quello visivo, ereditato dalla grafica e dalla pubblicità; la ripetizione è la chiave del successo, sono serigrafie sparse per il mondo; alcune iniziative sono fini a se stesse e non hanno un messaggio preciso, sono simboli, altre portano un valore, una protesta, una denuncia, sfruttano il potere dato dalla loro intuitività per stimolare la riflessione.
La scena contemporanea ci mostra che l’idea di produrre una serie di gadget, adesivi, magliette e cappellini e fare del simbolo che pochi anni prima era apparso su tutti i semafori d’Europa un brand, una marca, un business, non è estranea alla realtà; molti autori si sono fossilizzati su poche immagini senza continuare a evolversi, gli esempi più lampanti sono dalla California Obey Giant (http://www.obeygiant.com/) e dalla Francia Space Invaders (http://www.space-invaders.com/) che hanno avuto una diffusione globale oltre ogni aspettativa, arrivando a generare anche un notevole merchandising.
Una diversa declinazione della street art è la cosiddetta guerrilla art di cui Banksy è uno dei più importanti esponenti con Jamie Hewlett e Mode 2.
La scena guerrilla si sviluppa in Europa. E’ caratterizzata dalla stessa base di design e pubblicità della normale street art, ma ha profondi messaggi sociali e politici. Viene detta anche arte “post-graffiti”, abbraccia un più attivo, aggressivo e nascosto approccio con lo spazio pubblico, sfrutta il contrasto tra illegalità e intelligenza per raggiungere lo spettatore, contesta i blocchi culturali, la proprietà privata, richiama la vivibilità delle strade, il bello pubblico. Lo sviluppo del movimento è dovuto soprattutto al sovrapporsi del cosiddetto guerrilla marketing sulle tradizionali tecniche artistiche. Il “prodotto” guerrilla, a differenza degli street brand non esiste in se per se come qualcosa da vendere e promuovere, ha in se un’idea.
La guerrilla art è legata all’ambiente, lo spazio, la superficie cittadina su cui l’opera viene eseguita è fondamentale tanto quanto l’opera stessa, la scelta di dove operare è discriminante. L’arte va fuori. E’ pubblica. E’ in diretto contatto con lo spettatore, diventa parte della vita, della cultura, del tempo, si appropria della città.

Banksy si traduce perfettamente nell’icona del guerrilla. Pacifista, anticapitalista, anti-establishment, Bansky è anonimo, il suo nickname e la sua firma a stencil che lascia compiuta un’opera sono gli unici segni che ci fanno risalire all’autore. La scelta dell’anonimato è per lo più legata a questioni legali: la maggior parte dei suoi lavori sono considerati a livello giuridico “vandalismo”; ma con l’aumentare della sua fama a livello mondiale l’anonimato è diventato una scelta simbolica di contrasto con l’attuale mitizzazione dell’immagine, della celebrità visiva delle persone, il messaggio che porta un autore senza volto e senza nome all’anagrafe e senza neppure una fotografia ufficiale, è che di Banksy potrebbero essercene trenta, o che sia un nome collettivo per un gruppo o un associazione: quello che rimane sui muri allora, gli stencil di Bansky, senza un imputato da colpire diventano collettivi, come se fossero apparsi dal nulla, e non fossero di nessuno, e fossero solo fruibili visivamente dal pubblico, dal cittadino.
Il nome a cui è registrato il sito ufficiale dell’artista è quello di Steve Lazarides, un fotografo che fa anche da agente all’artista ormai di fama mondiale, che ha recentemente aperto una galleria a Soho la LazInc, dove possono essere acquistati gli originali di Bansky, questo è il guerrilla marketing. Si potrebbe trovare una contraddizione pensando che il guerrilla artist sia contro il materialismo consumista e i mass media, anche se ha coscienza del fatto che non potrebbe esistere senza di loro. Il grafico Shepard Fairey autore di Obey Giant, definisce così la guerrilla art: “express something through branding”.
Bansky non rilascia interviste, solo il quotidiano inglese The Guardian riuscì ad ottenere qualche dichiarazione nel 2003. A proposito del rapporto con il pubblico Bansky dice: “Art’s the last of the great cartels. A handful of people make it, a handful buy it, and a handful show it. But the millions of people who go look at it don’t have a say … I have a much more direct communication with the public.”
Una comunicazione più diretta rispetto a quella di artisti “da galleria” significa propriamente entrare nelle case delle persone, apparire nei quartieri, caratterizzare un luogo di passaggio.

Il lavoro di Banksy è una dichiarazione aperta. Ma di cosa esattamente?
La sua produzione possiamo dividerla tra performance-installazioni simboliche e stencil o poster art sui muri della città.
La seconda parte è caratterizzata da una lunga seria di figure simboliche e provocanti. Con i ratti Banksy crea personaggi, roditori dalle sembianze umane a metà tra il guerriero e l’esploratore, dotati di elmetto e zaino militare, e li muove nel tessuto urbano rendendoli protagonisti di gesti che la società nasconde abitualmente. Il lavoro di Banksy è sempre strutturato ironicamente, non perde mai l’occhio piacevole e divertito proprio di un’arte giovane come la street art, gioca con i personaggi da lui inventati come fossero fumetti e si diverte a tracciare prospettive invisibili tra lo spettatore e le sue creazioni.
Il ratto è una metafora. In Wall and Piece Banksy si spiega così:
“They exist without permission,. They are hated, hunted and persecuted. They live in quiet desperation amongst the filth. And yet they are capable of bringing entire civilization to their knees.
If you are duty, insignificant and unloved then rats are the ultimate role model”
Propone scherzando il ratto come ultimo status symbol, li
mostra potenti, preparati, ci porta a chiederci se davvero noi, uomini, non arriveremo a essere come loro, oppure, lo siamo già.

Un altro tema presente nell’opera dell’artista è meno astratto, più a contatto con la realtà di tutti i giorni: il vandalismo e il rapporto nelle grandi metropoli con l’autorità. Il vandalismo e l’arte si mischiano. Il graffito è un gesto vandalico? L’arte può essere vandalismo? Il vandalismo può creare arte? La risposta a queste domande non ci è data, il dubbio rimane; la definizione sfugge.
“I don’t know. We were talking about this the other day. I’m using the word vandalism a lot with the show. You know what hip-hop has done with the word ‘nigger’ – I’m trying to do that with the word vandalism, bring it back”.
Nelle figure dei poliziotti Banksy lascia che la rabbia sociale diventi strumento di scherno, sui poliziotti come sulla figura della regina l’artista ironizza desacralizzando, ingenuamente convinto di essere al di sopra di entrambi. Nelle opere su questo tema sentiamo una forte tensione, un forte spirito esibizionista, come se si volesse spingere sempre al limite della tollerabilità pubblica, ma non superando mai la linea gialla dell’educazione. Anche lo stencil a Piccadilly Circus dei due “Kissing-bobbies” sembra gridare allo scandalo, ma così realistico sulla strada porta lo spettatore a sorridere, provare tenerezza.

Infine per quanto riguarda lo stencil bisogna ricordare i suoi interventi di slogan negli zoo di Londra, Bristol e Barcellona. Al London Zoo si introduce nella gabbia dei pinguini e dipinse “We’re bored of fish” in lettere cubitali di due metri. Al Bristol Zoo lascia il messaggio “I want out. This place is to cold. Keeper smells. Boring, boring, boring” nel recinto degli elefanti. L’intervento nello zoo di Barcellona potrà essere testimoniato solo dalle foto della polizia, a noi non pervenute. L’illegalità è un gioco per Banksy, lo scherzo è fondamentale. Lo spettatore si stupisce dei gesti avventati e spericolati dell’artista, ma sono piuttosto rari i casi di totale rifiuto. Addirittura a Bristol in seguito a un intervento che avrebbe dovuto essere scandaloso come l’immagine dell’amante nudo nel centro della città, in seguito a una campagna di sondaggio in internet gli stessi cittadini chiesero al Consiglio Comunale di non rimuovere l’opera. I sentimenti più stereotipati delle persone sono quelli sui cui fa leva Banksy: propone cioè immagini che avrebbero una facile prima lettura in chiave “politicamente corretta”, pensiamo ai poliziotti gay, all’amante nudo appeso alla
finestra; ma che per il linguaggio scelto, la semplicità con cui sono rappresentati, il contesto in cui sono inseriti portano lo spettatore alla riflessione oppure al percepire l’immagine, la storia raccontata, nella maniera più semplice, più immediata, quella che spesso dimentichiamo.

WE HAVE TO DECIDE IF IT’S PUBBLIC ART OR GRAFFITI

Dopo aver trasformato i viali delle città in gallerie d’arte, Banksy si è dedicato a performance al limite della legalità se non addirittura illegali, dal grande valore simbolico e caratterizzate da una forte connotazione di protesta. Al mondo dell’arte Banksy critica la chiusura, le regole di mercato, la poca comunicatività, la sprecata forza sociale rinchiusa in gallerie bianche dalla luce forte, rinchiuse nel prezzo del biglietto di un museo. Inizia posizionando un cono di segnaletica stradale sulla testa di una copia del Pensatore di Rodin, nel mezzo del traffico cittadino. Ripete l’iniziativa su vari monumenti celebri. Chiedendosi come mai quando l’arte è in luogo chiuso è elitaria, quando invece è in un luogo pubblico è a mala pena notata; per questo forse è sempre così spettacolare. Proseguendo la propria riflessione sull’arte e sull’essere artista, va a indagare la fonte della proposta artistica contemporanea: New York e i suoi musei.
Nel Marzo 2005 installa falsi capolavori al Museum of Modern Art, al Metropolitan Museum of Art, Brooklyn Museum e all’American Museum of Natural History di New York.
Espone un dipinto falso alla Tate Britain gallery di Londra
Nel Maggio 2005 la versione di un’incisione preistorica rappresentante una figura umana che spinge un carrello della spesa viene trovata al British Museum. Dopo a scoperta, il museo la aggiunse alla sua collezione permanente.
Banksy commenta attraverso il suo agente: “They’re good enough to be in there, so I don’t see why I should wait”.
Nell’agosto 2005 Banksy è in Palestina per: “As a graffiti writer you have to make a pilgrimage to the biggest wall on Earth at some point during your lifetime. It is also the most politically unjust structure built in the world today”.
Proprio perchè “the positioning is the key to graffiti”, Banksy è proprio sul lato palestinese della Barriera israeliana che vuole operare. Esegue nove immagini, senza permesso, sotto il mirino delle guardie irsraeliane. Rappresenta ciò che potrebbe trovarsi dall’altra parte della barriera, rappresenta i luoghi comuni, non fa scelte di campo troppo impegnative. Ritorna su simboli pacifisti abbastanza scontati, e in questo caso a stupire e piacere è per lo la scelta del luogo.
Nel libro pubblicato nel settembre 2005, Wall and Piece, l’artista racconta:
Old man: You paint the wall you make it look beautiful
Me: Thanks
Old man: We don’t want it to be beautiful. We hate this wall, go home.
Anche in questo caso, non fornisce un punto di vista, non si espone; eravamo stupiti del suo gesto, lo credevamo gentile e corretto, da bravi occidentali, andiamo a rendere più bella una cosa brutta; invece non è così, in quel luogo noi non siamo il pubblico, eppure credevamo di esserlo ugualmente…

Nell’Aprile 2006 piazza nel centro di Soho una scultura rappresentante una vecchia cabina telefonica inglese accartocciata, con un piccone nel fianco, apparentemente sanguinante. Simbolo politico dell’avanzamento tecnologico e commento sul recente passaggio della BT (compagnia telefonica inglese) da antiquata a compagnia d’avanguardia.

Infine, gli ultimi interventi dell’artista, risalgono a pochi mesi fa e diventano sempre di più di denuncia e con una piccola parte artistica: tra l’Agosto e il Settembre 2006 Banksy rimpiazza 500 copie del disco di Paris Hilton, Paris, ultima reginetta dello star system; in 48 differenti stores musicali nel Regno Unito, con una versione da lui modificata, diversa nella cover e nel contenuto: remixata da Danger Mouse. Le canzoni del disco pirata hanno titoli come “Why am I famous?”, “What have I done?”, “What I am for?”. Nel libretto del disco spiccava la frase “90% of success is just showing up”.
Nel Settembre 2006 Banksy veste un manichino gonfiabile dei panni di un detenuto della Guantanamo Bay e lo installa nel giardino delle montagne russe di Dineyland ad Anaheim in California.

L’artista inglese ha alle spalle due personali, una nel 2003 a Londra, Turf War, e una nel 2006 a Los Angeles, Barely Legal. I prezzi delle sue tele sono in continua lievitazione, e comincia in questi giorni a diventare uno degli artisti più acclamati di Hollywood. Che in realtà ci prenda tutti in giro? Che sia un ultimo e ancora più globalizzato e tecnologico Andy Wahrol venduto allo star system con il sorriso derisorio sulla faccia? E’ il regno della contraddizione tra mezzo e messaggio quello di Banksy. Anch’io spesso credo si debba essere duttili sui mezzi ma rigidi sull’obbiettivo. Chissà.
L’artista contemporaneo credo abbia una responsabilità particolare. Ora l’arte è più di ogni altra cosa comunicazione tra le persone, è uno svelare punti di vista sconosciuti, argomenti sconosciuti, sentimenti sconosciuti, a un pubblico sensibile e più che mai abituato e disposto al cambiamento. Siamo veloci e musicali, colti superficialemente, ma sensibili davvero. L’artista che sceglie il mondo come tela, i muri e i passanti come spettatori racconta il nostro tempo. Banksy lo fa con tenerezza, con umiltà, nascondendo il proprio nome, e le sue opere a guardarle bene sembrano personali, come fossero solo per lo spettatore, un piccolo dono per ognuno; per divertire aspettando l’autobus, per far pensare. Fanno sorridere e sentire ottimisti che sia possibile una condivisione del sogno, del sentire comune.
E se l’arte è trasmissione, comunicazione, allora lui che disegna topi…

SPUNTI (bibliografia)

BANKSY, Wall and Piece. Random House, London, 2005
MANCO TRISTAN, Stencil Graffiti, Thames & Hudson, 2002
Animals sprayed by graffiti artist“, BBC NEWS, 2003-07-18
‘Guerrilla artist’ Banksy hits LA“, BBC NEWS, 2006-09-14.
JEFF HOWE, “Art Attack“. Wired (13.08).
Art prankster sprays Israeli wall“, BBC NEWS, 2005-08-05.
SAM JONES “Spray can prankster tackles Israel’s security barrier“, The Guardian, 2005-08-05.
Paris Hilton targeted in CD prank“, BBC NEWS, 2006-09-04.
Claire Truscott Martin Hodgson, “Banksy targets Paris Hilton“, The Independent on Sunday, 2006-09-03.
Artist Banksy targets Disneyland“, BBC NEWS, 2006-09-11.
Simon Hattenstone, “Something to spray“, The Guardian, 2003-07-17.
Paul Vallely, “Banksy: The joker”, The Indipendent, 2006-09-23
Banksy’s website: www.banksy.co.uk
Vendita on line delle opere di Banksy: http://www.picturesonwall.com/
Galleria di Soho dell’agente di Banksy Steve Lazarides: http://www.lazinc.com/
http://www.woostercollection.com/
http://www.peelmagazione.com/
http://en.wikipedia.org/wiki/Banksy

L’INIZIO DI QUALCOSA

Pubblicato in Scritti e racconti da albe il Novembre 29, 2006

Un racconto da un amico. Un racconto che scorre inavvertito, come il linguaggio che usa, lascia parlare la pagina e al posto delle parole inavvertitamente trova un sorriso. Forse è la lunga citazione di un sorriso.

L’INIZIO DI QUALCOSA.

Gioca felice il ragazzo. Un tiro forte, il rumore della palla contro il muro, un tiro lento e preciso a segnare la rete sotto la panchina. È solo, il ragazzo. La sua famiglia mangia presto nei giorni di festa, poi arrivano gli amici dei genitori e cominciano a bere, parlare di politica (sempre di politica!)…Oggi andranno pure ad una manifestazione.
Lui preferisce uscire appena può, anche se Alberto è ancora a casa. Alberto ha una famiglia normale; mangiano sempre all’una, anche la domenica, anche durante i giorni di festa. Da loro non si parla mai di politica, non si devono aspettare gli amici dei genitori per aprire qualche bottiglia o iniziare a mangiare il dolce. Una famiglia normale. Al ragazzo piace la sorella di Alberto, Elena. Gli piace quel suo modo veloce di parlare, gli piacciono i suoi occhi marroni e tristi. Ma più di tutti gli piace Alberto. Alberto è suo amico, anzi il suo amico, l’unico con cui può passare i pomeriggi a giocare a pallone, a parlare delle ragazze (ma lui non gli parla mai di Elena), a fare progetti per quando saranno più grandi. Anche la scuola è meno noiosa con Alberto come compagno di banco.
Alberto è portiere; lui attaccante. Una coppia perfetta, possono trovarsi al campetto e cominciare anche da soli. Poi arriveranno gli altri, più grandi, e comincerà la partita vera e propria. È strano, pensa mentre palleggia, ma più si è grandi più le cose devono cominciare tardi. In fondo è meglio così; a lui piacciono quei momenti pieni di sole e di silenzio. Solo il rumore della palla e qualche auto in lontananza. Gli piace sdraiarsi sull’erba, il sole sugli occhi chiusi, ed immaginare. Perché a lui non vengono pensieri ma immagini: colorate, vive, tristi, allegre… Ma sempre immagini.
Anche adesso si vede giocare insieme ad Alberto, le maglie gialle, le scarpette coi tacchetti e un mucchio di gente ad assistere alla partita. Deve essere una partita importante, una finale. E, tra la gente, Elena con quel suo vestito rosso leggero leggero, che si alza appena ad ogni soffio di vento. Ha visto quel vestito una sola volta, qualche settimana prima, ma gli è rimasto impresso negli occhi meglio di una fotografia.
Era un tardo pomeriggio afoso e tutte le finestre rimanevano aperte a cercare un po’ d’aria; da una di esse usciva una musica allegra come un carnevale. Lui stava seduto sul marciapiedi, sentiva i discorsi degli amici intorno ma guardava Elena. Non direttamente, che nessuno se ne accorgesse; come in maniera distratta, così… tanto per guardare qualcosa. O almeno sperava di dare quell’impressione. Lei aveva cominciato a muoversi al suono della musica. Prima solo un piede come per tenere il tempo, poi le sue mani avevano descritto lenti disegni nell’aria. Quando aveva alzato le braccia, lui aveva sentito sciogliersi qualcosa dentro, ….. qualcosa di caldo e sfumato. Subito volato via. Non sapeva cos’era, ma era qualcosa di bello. Qualcosa, lo sapeva già allora, che si sarebbe ricordato. Ma non aveva proprio alzato le braccia, non come quando un giocatore fa un gol, …. le teneva morbide e piegate, flessuose e sottili, con le mani all’altezza della testa, in un movimento lento, quasi segreto. Lui aveva osservato, stupefatto, il muoversi del bacino, il rilievo del seno, la curva delle ascelle…
Ebbene c’era la partita di finale, lui aveva la maglia gialla e Elena era tra il pubblico…non, non era tra il pubblico. Era come se tutta la gente fosse in secondo piano, più lontano, sullo sfondo. Lei, invece, era vicino ed indossava il vestito rosso…
«Non finiva più. Che palle, quando c’è mio zio bisogna mangiare per due ore…» è Alberto che grida da lontano « …e poi volevano vedere le foto della festa».
«Proprio adesso…» si sente dire con una nota di dispiacere. Si alza e tira il pallone lontano, verso l’amico. Alberto fa finta di buttarsi, raccoglie la palla e lo raggiunge veloce.
«Sei qui da tanto?»
«Da un po’..»
«Beato te che puoi uscire quando vuoi, i miei sono una palla…»
«Farei volentieri il cambio» si limita a pensare.
Alberto ha una tuta blu lunga ed stretta sulle gambe, ginocchiere in mano e due capellini neri con la scritta “Umbraco” in giallo. Si infila le ginocchiere, si calca un cappellino sin quasi sugli occhi e dà l’altro all’amico. È il loro segnale convenuto, quasi un rito; il padre di Alberto ha una ditta e così ha fatto fare dei capellini con sopra scritto il nome. Alberto ne ha regalato molti in giro, ma quando loro si incontrano ne porta sempre due: «…. tanto tu te lo scordi sempre a casa……». Il ragazzo non usa il cappello, gli dà fastidio, ma sa che ce n’è sempre uno pronto in caso ne avesse voglia. Un cappello in testa, uno appoggiato vicino al palo; possono cominciare.
Dieci tiri per uno; vince chi fa più gol. Alberto è più bravo in porta, lui sa calciare più forte; una bella sfida che non li annoia mai, potrebbero andare avanti per ore.
«Sai, nelle foto della festa….ce n’è un mucchio in cui Cristina ti guarda..»
«Cristina guarda tutti…» si pente subito di averlo detto.
«Non è vero, lì guarda te»
«E tu chi guardavi? Ad un certo punto sei sparito»
«Simona, quella coi capelli lunghi»
«Quella che abita al 23? Ah, è vero: a te piacciono le tette grosse…»
«Mi piace anche perché ride…non come quella scema di mia sorella che ha sempre il muso lungo»
Il ragazzo tira con cattiveria e rabbia.
«Come ti permetti di dirle scema? Ritira oppure…» è la prima reazione. Ma non ha nessuna voglia di litigare e si limita a gioire spudoratamente per il gol appena fatto.
Però è vero che Elena ride poco e sembra sempre seria, quasi triste. Gli viene in mente la sera del sabato prima. Lui era seduto sul muretto vicino al parco, guardava gli alberi muoversi e immaginava il mare. Elena gli si era avvicinata:
«A cosa stai pensando?».
«Non lo so».
«Ma lo sa che sei strano?». Lo guardava e sorrideva. Poi con l’indice aveva cominciato a tracciare complicati disegni sul dorso della sua mano.
«E tu lo sai che sei bella? E mi piace il tuo odore, la tua voce, come ti tocchi i capelli…che guardo sempre la finestra della tua camera ogni volta che passo sotto casa tua? E ci passo sempre, solo per vedere se ci sei». Avrebbe voluto gridarle al mondo oppure mormorarle appena, ma le parole rimanevano immobili in gola, lo sguardo era diventato di marmo e non poteva spostarsi dal dito pennello.
«Andiamo, che gli altri sono già avanti».
Sentì le parole lontane, come ovattate, ma saltò giù dal muretto. Era triste e arrabbiato, qualcosa era passato lì, davanti ai suoi occhi, a portata di mano. Ma lui non l’aveva colto ed era volato via. Per sempre.
Saltò giù e seguirono gli amici erano che erano già lontani ma non affrettavano il passo per raggiungerli. Lei camminava sulla linea bianca dell’asfalto tenendo le braccia aperte e mettendo un piede esattamente davanti all’altro, come un’equilibrista su una corda tesa. Lui aveva raccolto una foglia e la sminuzzava attento a non rompere la fragile nervatura e, ogni tanto, volgeva lo sguardo verso di lei.
«Poco fa, …prima sul muretto… o anche quando ballavi… »
«Quando ballavo?»
«Si, un po’ di giorni fa. Avevi un vestito rosso…»
«Amaranto. Era amaranto, non rosso»
«Amaranto» gli piacque subito quella parola. La ripeté mentalmente varie volte, come per imprimersene a fondo la musica. Amaranto era una parola che parlava di Elena. Poi pensò che Elena sapeva la differenza tra il rosso e l’amaranto, che era due anni più grande, che era sicuramente la più bella delle ragazze, che tutti dovevano essersi accorti che lei era davvero speciale. Sentì un dolore sordo. “Forse sta qui con me solo perché sono amico di Alberto. Forse mi trova veramente strano e si diverte. E poi ha due anni in più… e io che figura ci faccio? Se le dico qualcosa, magari si mette a ridere!!”.
«Allora, stavi dicendo che quando ballavo…» si era fermata e nella sua voce v’era qualcosa di sconosciuto, come un’inquietudine sottile.
«Niente era solo una cosa così… tanto per dire» si voltò e le guardò il viso, le lentiggini alla base del naso, gli occhi marroni, le ciglia, non ne aveva mai visto di così lunghe, i capelli spettinati. Sentì qualcosa di potente, come una spinta che invitava ad accarezzarle il viso, a seguirne i contorni, a sfiorarle le labbra. Ma la mano rimaneva immobile, trattenuta da una forza più grande, la bocca muta.
«Hai gli occhi dolci. Mi piace quando mi guardi così».
Lui sentì una fitta dritta in petto; non capiva se di felicità o dolore.

ERNEST

Cerchiamo la cosa sbagliata

Pubblicato in Flexible poetry, Opinioni confutabili da rossopane il Novembre 26, 2006

Cerchiamo la cosa sbagliata
E ce ne accorgiamo quando ormai non c’è più molto da dire
Lo spreco di energie ci sfianca
Ancor di più non saperne il motivo
Alla fine troviamo il vuoto
O le lenzuola ancora calde di quello che cercavamo
Ci sentivamo arditi e intransigenti
Coerenti nella nostra follia abbiamo chiuso gli occhi
Finché il vuoto sotto i piedi
Ci ha fiondati in un’altra prospettiva
E fa paura e tenerezza
Non ci sentiamo bene
Crolla il palazzo imperiale bruciano le bandiere del regno
Mentre ci rendiamo conto di aver sbagliato fin qui
E adesso piangiamo per mano
Il magro conforto di non trovarsi soli davanti alla sconfitta
Cosa possiamo dire noi
Cosa possiamo fare noi
Acquirenti illusi dal prezzo alto
Se non buttare via tutto
O ostinarci e recuperare terreno
Cresciuti cercando la cosa sbagliata
Fissiamo abbracciati un soffitto
In cerca di ispirazione
Poi in una spirale di pensieri
Ci avvolgiamo su noi stessi
E dissolviamo nel fumo di una sigaretta
Brucia la brace e ci brucia lo stimolo
Di andare un po’ più in là di chi ci circonda
Vogliamo altezzosamente salutare dall’alto
Ma spesso ci mancano le gambe
Compriamo ali al mercato nero della vita
E partiamo per terre inesplorate
Questa volta però non è lo stesso
Questa volta fa un po’ più male
Provo un dolore direttamente proporzionale
Alla caduta del nostro obiettivo
Con una proposta indecente
Ti chiedo di essere ancora complici
In questa caduta a capofitto verso l’alto
Sorridimi nell’inquietudine

POESIE DI ANDREJ

Pubblicato in Amici e ammirazione sparsa, Flexible poetry da albe il Novembre 17, 2006

Ho chiesto all’amico Andrej di mandarmi le sue poesie, e questa sono due. Malinconiche, pensose, e con la traduzione come l’amico poliglotta le presenta. Ce ne sono tante e queste son solo una presentazione, anche perchè il poeta ha una doppia anima e l’altra è, ovviamente, antitetica anzi speculare. Intanto, queste.

SIETEPAZZI

Siete pazzi a credere
che la vita sia un romanzo
di cui decidete ritmi e trame
che la bellezza
basti a sopire ogni sete
che la carne vi sfami per sempre
che il dolore si spenga col tempo.

Siete pazzi a pensare
che la solitudine
si lasci corrompere dal chiasso
che la felicità sia uno stato
e l’amarezza passeggera
che l’amore si misuri
in anni, minuti o mazzi di rose.

Siete pazzi a illudervi
che le parole
attutiscano il peso dei fatti
che scagliando la prima pietra
eviterete di essere colpiti.

Siete pazzi per la vostra fede
in Dio e nel domani.

Siete pazzi
siete pazzi
siete pazzi.

Vous êtes fous à croire
que la vie soit un roman
dont vous décidez rythmes et trames
que la beauté
suffît à apaiser chaque soif
que la chair vous nourrisse pour toujours
que la douleur s’éteigne avec le temps.

Vous êtes fous à penser
que la solitude
se laisse corrompre par le tapage
que le bonheur soit un état
et l’amertume passagère
que l’amour se mesure
en années, minutes ou bouquets de roses.

Vous êtes fous dans l’illusion
que les mots
amortissent le poids des faits
qu’en jetant la première pierre
vous éviterez d’être frappé.

Vous êtes fous dans votre foi
En Dieu et dans le lendemain.

Vous êtes fous
vous êtes fous
vous êtes fous .

NONVOGLIOCHESIODA

Non voglio che si oda
il singhiozzo della mia anima
e nemmeno quel ruggito
che di colpo mi consuma,
nel silenzio spegnermi
giorno dopo giorno,
guardarla sgusciare via
muto e codardo:
a questo mi so costretto
(non da chi e perché),
ma sparire sottovoce,
senza disturbo né pietà.

Andrej Sokol.

YWKU E ALOE.IL BARATTOLO

Pubblicato in Scritti e racconti da albe il Novembre 16, 2006

Un breve racconto infante.

YWKU E ALOE. IL BARATTOLO.

Ho un barattolo, disse Aloe nel pomeriggio al parco.
Ah sì? Fa’ vedere, disse Ywku.
Non ti ho detto di averlo con me, disse Aloe con vaghezza mentre l’ombra del pino si spostava per non vedere il sole.
Ce l’hai? disse Ywku.
Credo di sì, ma non è facile portarlo sempre dietro senza romperlo, disse Aloe mezzo nell’ombra.
E’ delicato? disse Ywku.
Sì, molto. Però ha una guarnizione arancione di quelle morbide che non lasciano uscire niente e a toccarle assomigliano alla pelle, alla pelle appena dopo messa la crema, disse Aloe mentre l’ombra era ormai tutta intorno al suo corpo.
Posso vederlo? disse Ywku.
Oh, quindi almeno ci credi. Questo mi dà gioia, di solito non mi credono quando dico che ho un barattolo ben chiuso, dicono che niente può essere chiuso, dicono che tanto tutto è preda del sole che gira e del vento che erode, dicono che noi non possiamo scegliere di mettere niente da parte perchè il dolore e il tempo e la paura sono ladri molto più furbi di noi. Dicono che noi non possediamo nulla e possiamo solo lasciare che le cose ci sguscino tra le dita, allettandoci e facendoci il solletico, come l’acqua tiepida, disse Aloe con il viso triste e speranzoso.
Chi lo dice? disse Ywku.
I saggi, disse Aloe con un’espressione eloquente e ingenua.
Capisco. Tu quindi non sei saggio, perchè cerchi di tenerti un barattolo, disse Ywku.
Sì, sono un avventato, disse Aloe mentre il viso mutava dall’ombra corrucciata e infantile a una determinazione agguerrita e anche spaventata, come se stesse prendendo la rincorsa per saltare un burrone molto profondo e con la sponda dello stacco molto lontana da quella dell’approdo.
Dipende. Cos’hai chiuso nel tuo barattolo? disse Ywku.
Aloe esitò. Dirlo non avrebbe rischiato di far cedere la guarnizione? Ma no, è di gomma è morbida è chiusa bene, e il barattolo è al caldo ben avvolto in vestiti smessi (così nessuno vien a cercarli)…C’è dentro un periodo di felicità, disse infine dopo un lungo sospiro, mentre il bagliore di alcuni fili d’erba faceva pensare che l’ombra del pino stesse scivolando via da lì.
Quando l’hai chiuso? disse Ywku.
Quando ero felice, disse Aloe quasi distratto, quasi dando la risposta per scontata- sul volto gli saltellavano sorrisi e pezzetti di sole.
Perchè l’hai messo lì? Non volevi che la paura te lo rubasse? disse Ywku.
Non volevo pensare di essre felice, volevo esserlo. Quindi, invece di sviscerare e sezionare tutto, dividere in particolari l’espansione senza righe dicotomie inciampi spazi vani –la felicità (ed è l’unica unità che conosco), ho messo tutto insieme dentro al barattolo. Così non l’ho dovuto vivere a piccoli pezzi, ho salvato il suo senso intero, l’unificazione, disse Aloe, anche se nopn l’aveva mai pensato prima.
E quando lo aprirai? disse Ywku.
Quando non sarò più felice, disse Aloe, e da come lo disse si capiva che la paura di non essere più felice lo portava a non poter neanche credere a quel futuro, come non si crede alla possibilità della propria morte, nè di chi si ama. Cosa ne farai? disse Ywku.
Aprirò la guarnizione arancione; lentamente; stenderò su un tavolo un grande foglio; ci verserò piano, uno alla volta, ogni particolare; ogni particolare. Passerò il tempo scomponendo all’infinito quello che è stato un tempo unico. Girerò ogni particolare almeno due volte come la cotoletta perchè si indori del suo significato profondo. Saprò di essere stato felice, disse Aloe sommesso come in una preghiera o una promessa vera.
Sarai felice per questo? disse Ywku.
No, disse Aloe. In trasparenza, senza l’animo di mentire. Un no scandito, con la voce profonda, lucido nel sole.
Ma allora perchè? disse Ywku.
Perchè i particolari sono ciò di cui l’emozione è composta, ma se l’emozione passa non posso più ricostruirla e neanche ricordarla, è perduta; un’emozione si sente, non si ricorda; i particolari posso ricordarli. E se saprò ricordarmi di essere stato felice potrò avere anche la speranza di tornare ad esserlo, disse Aloe tremando.
Era in volo, a metà tra una sponda e l’altra.

Fili

Pubblicato in Uncategorized da albe il Novembre 1, 2006

E così, ce l’ho fatta. All’inizio non ho detto niente, perchè la tecnologia è un muro che mi guarda sghignazzando, e perchè il sole e l’aria vitrea di questa giornata preferivano il silenzio. Così, invece di frugare dentro al sacchetto dei fili con cui sembra stiamo riuscendo a tessere Rossopane, ho trovato il tempo adatto a leggere piano un libro e a far la lotta dicendo oscenità infantili sul letto -silenzio insomma. Adesso è il momento buono, mi dico, e proclamo: voglio fare Rossopane; perchè tutte le volte che sento di avere dell’intelligenza, della rabbia sociale, degli occhi smielati disciolti nell’amore, degli amici e del vino con amici (o anche solo del vino amico), della felicità fatta di gambe e braccia, dello sguardo spalancato sullo spettacolo cittadino delle mani rosse in metrò, il fatto che Rossopane continui ad aleggiare vago senza mettersi lì sul tavolo, semplicemente stride. Guardo in alto pianto bene i piedi per terra piego le ginocchia e salto tendo in alto la mano ecco; l’ho afferrato. Stavolta, credo, mi sono allungata abbastanza -pezzi di autocritica su tasselli di rinnovata energia -e l’ho afferrato. Lui tende a tornarsene in aria, svolazzante tra morbide nuvole di astrattezza e anche poca umiltà, diciamocelo, e soprattutto tanta caotica fumosa baldoria, però adesso me lo tengo stretto, in tasca o sul tavolo, Rossopane…
Sì, non è che si può fare, è che va fatto!

Dunque Milano

Pubblicato in Uncategorized da Sarah il Novembre 1, 2006

Dunque Milano, l’idea è questa, piantarla di fare le persone impegnate, trovare il tempo di guardarsi in faccia e sabotare tutto quanto non vada a passo d’uomo. Non ti accorgi che non ti fermi mai, troppo presa come sei a guardare per terra per non inciampare? Fallo questo capitombolo, mettiti sottosopra, umiliati sulla pubblica piazza se necessario. Sotto sotto sei un’inguaribile romantica, il tuo pavé retrò e i tuoi alberi che si fanno strada nel cemento ti smascherano. Un atto d’amore sconsiderato è quel che ti ci vuole, corri in piazza a urlare il tuo amore alle persone a cui vuoi bene, non continuare a rimandare le tue faccende personali inventandoti improrogabili impegni.
Ma ti sei vista? Da quant’è che non fai una bella passeggiata col naso per aria? E da quanto tempo non chiacchieri a ruota libera con un amico? Che brutta cera che hai da quando disponi la tua vita su un’agendina! Bevi ogni istante fino all’ultima goccia, mangiati pure il ghiaccio che trovi nel bicchiere, che rimanga vuoto e trasparente. Fai la scarpetta col piatto del giorno, tira su tutto il condimento e lascialo lucido come appena lavato.
Milano torna a fare le cose da sola, non frapporre sempre un macchinario tra te e quel che produci ma mettiti a cucinare, scrivi a mano, vai a piedi, comprati il giornale, riprendi possesso di tutte le piccole cose. Sono le piccole cose che fanno quelle grandi, tu pretendi di fare la donna in carriera e non sei nemmeno capace di rifarti il letto! Ti piace riempire la tua vita di tante cose per non sentire che dentro sei vuota, per mettere a tacere quella vocina atavica che sostiene che un po’ di ozio è salutare. Sei bulimica Milano, ti ingozzi ma non ti soffermi su niente, ti mostri onnivora in pubblico e ti cacci un dito in gola nella toilette. Ti vendi come capitale della moda e dell’apparenza perché non pensi di aver niente da mostrare. Non hai il Colosseo, non hai un fiume, non hai un grand boulevard, non hai i monti e nemmeno un porto, tutti passano da te, ti sporcano, ti usano e ti pagano, come una vecchia e ricca battona. Non demoralizzarti. Semplicemente non ti conosci. Non sai come sei bella nelle tue parti più antiche, quanta poesia ci sia nei tuoi parchi e nei tuoi navigli. Nevica e ti chiudi in casa, non ti accorgi dell’atmosfera fatata e sospesa che scende dal cielo in fiocchi bianchi. D’estate vai al mare ma al tramonto sei vuota, finalmente libera da tutto quel traffico, pennellata in rosa e arancio. Ti affanni a metterti in vena futuristi mezzi su rotaia e non ti fermi ad ascoltare come sferragliano fieri i tuoi tram d’antan, che a guardarli verso il soffitto sembrano transatlantici d’altri tempi. Pensa a quanta gente ti abita, quanti cuori che pulsano e quante finestre che si illuminano la sera. Te ne dimentichi sempre, chissà a cosa ambisci, quale santo Graal speri di trovare. Guardati intorno, fai piazza, ovvero trasformati in piazza, non essere solo luogo di transito. Passa del tempo in conversazioni sincere, concediti il lusso di perdere l’ultima corsa e di avere una notte lunga un giorno, non calcolare gli utili e concediti un po’ di bilanci in deficit. Siedi davanti a una tazza di the, fatti sedurre dal suo vapore poi specchiatici dentro, e vedi un po’ se ti vedi meglio nel caldo di una bevanda antica o nelle fredde vetrine del centro.

Marta

Milano mi uccide

Pubblicato in Uncategorized da Sarah il Novembre 1, 2006

Continuando il ciclo di riflessione sulla maledetta Milano. Questa è una poesia, un componimento, un “insomma”, di un ragazzo di Eveline, che avevo sentito leggere ormai quasi un anno fa e per chi si ricorda bene avevo anche riproposto in una riunione Rossopanerea, e a molti era…insomma, sbocciata in seno; perchè è davvero potente, davvero bella, davvero semplice, e ora che tutti stiamo più o meno pensando a strade e palazzi che ci ospitano, ecco, leggiamo anche questa.

ZeroDue – Milano mi uccide
Milano è una gabbia per gorilla .
Milano è un sapore cattivo sulle labbra quando mi sveglio.
è musica sporca che spegne le orecchie
è un colpo di frusta dove non te l’aspetti.
Milano mi strozza la gola, mi sodomizza, mi castra e mi ingoia.
Milano è una nausea, è vomito, è fango, è un’attesa infinita da fare in piedi.
Milano è un vecchio amore che non vuole più saperne
È una puttana a gambe aperte, una vecchia fumatrice senza occhi
è una regina che taglia teste ai suoi sudditi e ne sbrana i corpi.
Milano è un cronosisma dove tutto resta uguale,
è potrei ma non voglio, vorrei ma non posso, farei ma non faccio.
Milano non è Roma, non è Firenze, non è Bologna, non è Venezia, non è Torino.
Milano è un seme marcito, è l’albero degli impiccati
È un nido di vespe, è un nugolo di teste.
è una guerra sotterranea tra rane e topi
è la falce che taglia il grano
è un verme che mangia la terra su cui cammino.
Milano è la madre che ha abortito, Milano è uno sbaglio
una bambina deforme schiacciata e abbandonata che piange,
è un chiacchiericcio rumoroso, è un sorriso sdentato
Un invito stentato, un diritto non voluto.
Milano è una sacca colma di droga avariata
Un telegramma di condoglianze, una parola di circostanza.
Milano è un lunedì di lavoro, un viaggio all’incontrario
è una sveglia quando ancora fa buio, è un veleno nella pietanza.
Milano è una cantante d’opera con le corde vocali in mano
È una brutta figa in televisione, una rotta tracciata male
è un cane che non si fa toccare, una merda schiacciata sotto la mia suola.
Milano è una slot machine che ti convince di vincere
è un discorso dietro le spalle, è la cabina di pilotaggio di un aereo in fiamme.
è un bel culo puzzolente, una scopata goffa
una lumaca che mangia ortiche e poi arriva al cervello passando per il naso
è una pelle rovinata e con le macchie.
Milano è troppo amore
mi uccide lentamente sussurra vanità mentre mi taglia le mani con un archetto di violino.
Milano lumaca, Milano macchiata
Milano vagabonda che non si è mai lavata.
Milano è battona, Milano ci tenta
Milano cicciona minchiona puttana suicida cruenta
Milano è rissosa, è tremenda, Milano è una tossica senza speranza
Milano è impotente, Milano è demente
Milano è contenta.
Milano è violenta.

MilanoViolenta