Milano è un tagliere di salumi su un tavolo di bicchieri appannati con i bordi sporchi di rossetto
Sono le giornate dell’autunno più bello queste. E per la prima volta da quando ho iniziato a pensare, non desidero essere a New York quando le foglie cadono e i viali sono scivolosi e il centro della città è tutto un tagliere di salumi su un tavolo zeppo di briciole e bicchieri appannati dai bordi sporchi di rossetto.
Nel mio immaginario sono inserita in una nuova cartolina mentale che la meteoropatia mi cuce nel cervello imbambolato dal sogno americano; ma a questo giro ho vinto un viaggio più umile e magari più coraggioso, chiudendo il cuore nella cerchia delle mura e stendendo le braccia lungo i navigli e i canali coperti dalle arterie luminose, sulle strade che portano fuori, facendomi piacere i platani con la corteccia staccata, passeggiando volentieri sui sampietrini di Brera, senza necessariamente avere bisogno del confronto con l’oltre oceano più veloce; scegliendo di adeguarmi a questa velocità che posso manovrare meglio, che le curve mi vengono anche più strette ma i passeggeri non si svegliano, è questo l’importante: guidare senza fare sentire la velocità, altrimenti i bambini si turbano e rovinano il silenzio del tuo abitacolo, e non c’è più Ani Di Franco che tenga. Milano autunno, di musica e scelte modaiole sempre più vertiginose, mi concede ambienti variopinti e compagnie ogni giorno differenti.
Le ragazze-cosmo mi insegnano il verde-mela, e il commento sulla nuova linea Diesel che pur rimanendo un marchio italiano ha la struttura-target della super efficienza statunitense, è questa una mossa economica con i contro-coglioni, mi regalano un buon gusto Prada per nuovi occhiali da vista.
I collettivi artistici dell’Isola mi salutano e per quei quarto d’ora che mi concedo con i lettori, i poeti, i cinesi delle installazioni alla Stecca, sono l’equilibrista della new-wave milanese, della comunicazione stilosa e che vuole anche una sua profondità, ma spesso mi fermo a pensare che ci sia ancora troppo poca vera sensibilità dietro le loro metriche, le loro novità, le loro sperimentazioni, forse sono ancora troppo maschili e dovrebbero accostarsi a una sana metrosessualità che apre orizzonti davvero innovativi, che è lì che dobbiamo cambiare: nel modo di sentire, nell’essere disposti, innanzitutto, nel toccare.
Gli amici di sempre, quelli di quartiere, li incontro di tanto in tanto divertenti e solari, vitali nella loro bolla di realtà nascosta alla politica, all’arte, alla letteratura, ma non per questo disprezzabile perché hanno una rara sincerità nei rapporti, una fedeltà invidiabile l’uno all’altro, una trasparenza di sentimenti che io, personalmente ho perso quando ho cominciato a conoscere la complessità dell’animo mio e altrui; hanno la scelta dalla loro, una realizzazione del presente, una visione concreta, raccontabile, senza essere confusa e spaventata, sono importanti, sono differenti da me e da loro imparo.
I miei bambini sono il sole dei fine settimana, sono le voci altissime che accompagnano i silenzi che non voglio con me.
Ci sono le persone da cui imparo, ci sono le persone di cui provo a innamorarmi con scarso successo, che non è una cosa che puoi indurre, ma a volte capita di volerlo davvero subito, bene di massa, l’amore. Le persone che mi fanno ridere, che con il loro talento cambiano gli ambienti in cui si trovano, come pagliacci, con un’imitazione, una parola tagliente, un’ingenuità, fanno apparire i sorrisi e le lacrime agli occhi se sono davvero bravi. Ci sono gli amici a cui stare vicino lascia per certi momenti scomparire la tua stessa importanza: che fanno scoprire certi sentimenti da croce rossa che non avresti mai detto, e ti ritrovi a voler essere una lavagna bianca disposta ad accogliere ogni dolore, ogni sfuriata, ogni germoglio di rabbia pur di liberarne la creatura che hai di fronte, e per loro faresti il salto più lungo, la caduta più alta e spesso ti ritrovi a chiederti come mai, ma non lasci il tempo di capire, ed è per ora un gioco.
Infine, tra i mille altri che potrei citare, perché Milano è in autunno fertile come le foglie che lascia cadere, che raccogliamo gelosi per coprire in inverno le radici delle nostre piantagioni e dei nostri gerani tristi, sui balconi grigi a cui siamo affezionati.
Infine, dicevo, ci sono le persone che ti accompagnano, i gregari, gli scudieri, gli stuart sul tuo volo, gli sherpa della tua spedizione, le dame del tuo ballo, coloro che sono il tuo specchio perché hanno la tua stessa sensibilità ma sono fuori da te, e ti aiutano a essere migliore perché uno sull’altro vi ammonticchiate i mattoncini di lego che scegliete insieme. Loro sono difficili, per loro non saprai mai fare il salto più lungo perché il più delle volte saranno loro a chiederti di saltare per mano, di fare un tuffo da quindici metri, perché cercano i tuoi stessi stimoli, perché vogliono le stesse tue cose, da loro non impari niente, loro ti mettono alla prova.
Ma questo autunno ne sento la mancanza, perché ho una tendenza protettiva alla superficialità e alla pop-culture, ma diamine quando mi distraggo e ho una conversazione di quelle…come dice Prevert, che la terra è a volte così bella…
Milano, offre più di quanto chiedo.
Seguiamo il tempo
Sono più miti le mattine
E più scure diventano le noci
E le bacche hanno un viso più rotondo,
la rosa non è più nella città.
L’acero indossa una sciarpa più gaia,
E la campagna una gonna scarlatta.
Ed anch’io, per non essere antiquata,
Mi metterò un gioiello.
Se è il cambio di stagione che spesso aspettiamo, mantenendo fredde le menti, automatizzando i movimenti, evitando le domande più importanti, concentrandoci sulle “cosedafare”, per sentirci creativi e vulcanici nella nostra giovinezza, allora, tiriamoci indietro. Ma se invece, anche noi sentiamo l’esigenza di dover seguire il corso dei tempi, una stagione alla volta con un suo proprio senso, indossando il costume sulla spiaggia, il berretto con la neve, un fiore all’occhiello quando arrivano gli amori e come dice Emily Dickinson: un gioiello con l’autunno; senza rimanere statici, senza intorpidire i muscoli, ecco uno spazio per crescere e cambiare ogni giorno in un modo diverso, e se siamo per ora in due, ogni giorno un cervello in moto continuo così che l’altro si riposi. Un luogo, il blog, dove le parole sono una dietro l’altra, almeno c’è un po’ d’ordine…Una stanza da arredare come un’altra, senza curarsi dei materiali delle pareti, senza un’etica dell’internet per favore. E poi amo l’idea di essere potenzialmente spiata da sconosciuti che scorrendo una pagina dopo l’altra si imbattono in parole sante e porpora come quelle che potrebbero apparire qui sopra, come succede nella nostra amata città con le riviste migliori e forse anche con le persone migliori.
Canzone del giorno: Gente della Notte, Jovanotti.
Per aver trovato la semplicità narrativa nel ritornello e una melodia tormentone da cantare aprendo la bocca. E inoltre, per aver raccontato a modo suo le cose che succedono tutti i giorni.
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